The World to Come: recensione del dramma in costume con Vanessa Kirby in concorso al Festival di Venezia 2020

06 settembre 2020
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La storia di due donne che cercano uno spazio di soddisfazione nella scrittura e nella lettura, oltre che un amore che non sanno come trattare, nello stato di New York della seconda metà dell'800. The World to Come è stato in concorso a Venezia 77.

The World to Come: recensione del dramma in costume con Vanessa Kirby in concorso al Festival di Venezia 2020

Un laboratorio sociale per il futuro della Nazione americana, a un secolo e mezzo di distanza. Sembra questa l’ambizione di The World to Come: prima un romanzo del quotato scrittore Jim Shepard e ora un film da lui adattato, insieme al Ron Hansen de L’assassinio di Jesse James, e diretto dalla norvegese Mona Fastvold. Una storia ambientata in una micro realtà ideale dell’America; potremmo essere nel mondo western, fra i pionieri del Midwest o, ed è questo il caso del film, sperduti nel nord boscoso dello Stato di New York, negli anni ’50 del XIX secolo. Una fattoria, un nucleo wasp da manuale con una coppia giovane con una figlia, la cui quiete è sconvolta dalla morta prematura della piccola per una malattia oggi banale grazie al vaccino, la difterite, e qui avvertiamo che non siamo ai giorni nostri, ma in un mondo feroce di frontiera, in cui si sviluppa una società ancora in balìa della natura, del ciclo delle stagioni, e dei capricci di un Dio onnipresente. 

Già, ma cosa dire degli esseri umani che la vivono, questa realtà? Il lutto ha sconvolto il loro equilibrio e Abigail (Katherine Waterston) si divide fra i lavori domestici, qualche aiuto in fattoria al marito Dyer (Casey Affleck, qui anche in veste di produttore) e la scrittura di un diario che ci accompagna come insistita voce fuori campo. In generale, sono impegnati a interpretare come marionette il ruolo che la società in cui sono nati e cresciuti gli ha imposto. In fondo anche la morte è messa in conto in quella realtà, ma quello che non riesce a gestire Abigail è l’arrivo improvviso di una vicina, Tallie (Vanessa Kirby), con il marito, ma soprattutto il sentimento irresisitibile che lega le due donne, sempre più reale e carnale, in un mondo che vive di materico. Neanche si rendevano conto di avere un vuoto enorme, e non hanno (ancora) gli strumenti per veicolare in maniera naturale questo amore così torrenziale

Anticipano il mondo che verrà del titolo, e che viene soprattutto in questi anni sempre più messo al centro di una società fluida e una struttura familiare in mutamento continuo. Se non sanno cosa fare loro, se non vedersi il più possibile e lasciarsi andare, figuriamoci i due mariti: uno, Dyer, rimane taciturno senza saper come reagire, mentre l’altro amplifica il suo fanatismo religioso per trovare un alleato, una scusa per incanalare la sua gelosia.
La voce interiore cerca un modo per esprimersi, e Abigail tenta di farlo proprio scrivendo, anche quando il loro rapporto diventa epistolare per la gelosia del marito di Tallie, in una storia che sembra voler omaggiare le tante donne della storia degli Stati Uniti (e non solo) vissute in una frontiera reale o simbolica, chiuse in una casa con un portico, sposate senza amore e impossibilitate a mostrare e poter vivere fino in fondo il proprio amore omosessuale.

Il senso di isolamento è ben reso dalla Fastvold con una fotografia desaturata e una pellicola a 16mm che dà una patina particolare alle immagini, con le quattro stagioni che scandiscono il film. Programmatico e discontinuo, ha momenti intensi e vibranti grazie soprattutto a notevoli interpretazioni delle due donne, con la Kirby che sembra ormai destinata a segnare la stagione e i prossimi anni.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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