The Wild Goose Lake Recensione

Titolo originale: Nan Fang Che Zhan De Ju Hui

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The Wild Goose Lake: recensione del film cinese presentato in concorso al Festival di Cannes 2019

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The Wild Goose Lake: recensione del film cinese presentato in concorso al Festival di Cannes 2019

Corpi. Pareti. Angoli. Cunicoli. Laghi. Luci e ombre. Immagini, e movimento.
Ancora una volta, dopo Fuochi d’artificio in pieno giorno, Diao Yi Nan guarda al noir, ai suoi contrasti e ai suoi personaggi; ma questa volta, con The Wild Goose Lake, più che al cinema americano dei Bogart e dei Cagney ecco che il regista cinese sembra volersi rifare alla sua variante francese. Il polar, certo, ma ancora di più una nouvelle vague che viene evocata dal montaggio, dalle inquadrature, dalle dinamiche tra i protagonisti, dalle modalità del racconto. Smentita e esaltata dai colori caldi e innaturali della fotografia.

C’è un piccolo gangster in fuga dopo aver accidentalmente ucciso un poliziotto, un po’ come il Belmondo di Fino all’ultimo respiro. C’è una prostituta dai capelli corti come quelli di Jean Seberg che sbuca dal nulla per aiutarlo, al posto della moglie, e alla quale lui inizia a raccontare la sua storia, e di come sia finito in quel cul de sac, sotto la pioggia, innescando così il film come in Rashomon.
E da lì il racconto esplode ancora, attraverso altri dialoghi che si tramutano in immagini, in una storia fatta di puro movimento, di pedinamenti e di fughe apparentemente impossibili, e impossibili davvero perché - in fondo lo si capisce subito - disperate.

Un uomo in fuga, dalla polizia e da una gang rivale. Da quelli cui fa gola la taglia messa dalla polizia sulla sua testa: forse anche a quella donna sconosciuta che è apparsa al suo fianco per aiutarlo; forse pure a una moglie che non vede da anni e che è controllata dalla polizia.
Non si sa di chi fidarsi, non si sa dove nascondersi. Eppure ci si riesce, disperatamente, tra un cortile e un lago, una tavola calda e un circo: attraverso il movimento, costante e febbrile, seguito e ricalcato da Diao con l’uso della macchina da presa, nella moltiplicazione degli angoli di ripresa, con il montaggio.
I suoi personaggi sono incerti e misteriosi, sfuggenti come le grandi ombre che proiettano sui muri, liquidi come la pioggia, le lacrime e il sangue che scorrono sui loro corpi.

C’è spazio anche per tocchi d’ironia surreale, nel racconto di The Wild Goose Lake, nella frenetica cronistoria della fuga verso chissà quale salvezza del suo protagonista. Spazio per fugaci esplosioni di ironica violenza tarantinata. Spazio per frammenti inconsueti e incoerenti nelle pieghe del suo racconto, perfino poetici: lo sguardo di una tigre, i led di uno scooter o quelli di scarpe da ballo, un cappello bianco che si perde nelle acque di un lago come poco prima accadeva a dello sperma, e come avverrà col sangue.
Sangue di uomo, vita di donna. Di due donne, che camminano verso un futuro incerto, bagnate da un’acqua che si spera non preannunci nuove lacrime.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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