The Substance: la recensione del film con Demi Moore e Margaret Qualley in concorso al Festival di Cannes

20 maggio 2024
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Dopo Revenge, la regista francese Coralie Fargeat torna con un horror cronenberghiano, ironico, supersplatter, femminista e di grande impatto. La recensione di The Substance di Federico Gironi.

The Substance: la recensione del film con Demi Moore e Margaret Qualley in concorso al Festival di Cannes

Non vi aspettate logica, scienza, sceneggiature a prova di bomba, andando a vedere The Substance: perché Coralie Fargeat delle regole se ne frega, e vuole solo mettere sullo schermo la sua storia nella maniera più libera e efficace possibile, al diavolo la coerenza.
Se invece volete vedere un horror strafatto di ironia, che attraversa sfumature e riferiment del genere, e che è in grado di fare discorsi mica scemi sull’ossessione contemporanea per la giovinezza e la bellezza, e su come questa nascano principalmente per colpa di una società dello spettacolo che impone al corpo - della donna - degli standard irraggiungibili e dettati da un dominio ancora incontrastato dello sguardo e del desiderio maschile, beh: allora non perdetelo.

Che Coralie Fargeat fosse una regista capace di fare bene il genere, e di farlo portando avanti giuste istanze femministe, lo aveva dimostrato col suo film d’esordio, il precedente Revenge. Con The Substance la francese ha alzato l’asticella dell’ambizione, girando un film più complesso, più articolato, più ricco di temi e personaggi.
La prima cosa che si nota è la forma, che è molto diversa da quella di Revenge: Fargeat ha cercato e raggiunto un’eleganza stilizzata e una precisione ortogonale, capaci di essere animate prima e scompaginate poi dal caos inesorabile che verrà a scatenarsi nel film. L’immagine di Fargeat è feticista, al crocevia tra Refn, Wes Anderson, Peter Strickland (del quale adotta anche il feticismo sonoro) e Jessica Hausner, e capace di simbolismi chiari e potenti.
Basterebbe pensare a come racconta ascesa e caduta di una star - la sua protagonista Elizabeth, interpretata da Demi Moore - con l’inquadratura fissa, in plongée, sulla stella che le viene dedicata sulla walk of fame: un timelapse ci mostra come non venga più frequentata, e come il tempo la deteriori fisicamente, con crepe che si aprono sulla sua superficie.

Crepe che poi sono le rughe - poche, pochissime - sul volto della Moore, ovvero di Elizabeth, che allo scadere dei 50 anni viene fatta fuori con malagrazia dal network televisivo per cui lavora (è una specie di Jane Fonda della sua fase aerobica), e che si guarda allo specchio non accettando che il suo corpo non sia più sodo e tonico come quello di una volta.
Ecco che allora tutto questo la conduce a usare “la sostanza” del titolo, un serio misterioso che la farà partorire, dalla spina dorsale, un clone più giovane, bello, in forma di lei, un surrogato che, a settimane alterne, potrà vivere la vita che lei non pensa più di poter vivere.

Da questo spunto chiaramente cronenberghiano, The Substance si muove secondo percorsi un po’ ovvi e un po’ no: perché se è chiaro che i problemi nasceranno quando la Sue di Margaret Qualley, ovvero il doppio giovane e bello di Elizabeth, che ovviamente avrà immediatamente il successo che la sua matrice non ha più, non rispetterà l’alternanza richiesta dalla sostanza. Le regole sono infatti chiare: sette giorni di stato cosciente da parte della copia, con la matrice in una specie di catalessi, sette invece al contrario. Presa dalla fame di vita (della giovinezza) e di successo (di tutti), Sue sgarrerà praticamente subito, con la conseguenza di vedere parti del corpo della sua matrice invecchiare bruscamente.
A questo punto, ci si aspetterebbe che, per vendetta, Elizabeth possa fare altrettanto, scatenando così un veloce processo di ripicche e annientamento reciproci, ma la cose non andranno così.

Il punto di The Substance è chiaro: perfino quando si arriva a conseguenze estreme, l’idea che possa ancora esistere e andare nel mondo una parte di sé che non ha subito il peso del tempo, e che continua a realizzare i proprio sogni, seppur vissuti di seconda mano, appare irresistibile. Quindi, non c’è, nel film di Fargeat, come si poteva immaginare una giovinezza che cannibalizza la vecchiaia per trionfare, ma una vecchiaia che mi mortifica nell’illusione di eternità che porterà alla distruzione, arrivando alla corruzione di ogni corpo. Per passare dalla bellezza alla mostruosità più assoluta.
Senza entrare nei dettagli, infatti, Fargeat arriva nel suo film a toccare il mito di Frankenstein come i Freaks di Todd Browning, passando per La mosca (ancora Cronenberg) ma anche la creatura senza forma della Cosa carpenteriana, fino a un finale dove mette in scena situazioni splatter che ricordano quelle del Peter Jackson dei suoi esordi, di film come Bad Taste e soprattutto Braindead.

Esplicito nell’esibizione del corpo femminile fin quasi alla sconvenienza, The Substance arriva comunque a giustificare pienamente le sue scelte, nel nome della condanna di un sistema - mediatico e culturale - dove è l’esigenza maschile di esporre e mercificare il corpo femminile a proprio uso e consumo, e a trasmettere subliminalmente la necessità di una perfezione costante, e del rifiuto del naturale processo di trasformazione del corpo col tempo.  Le dichiarazioni “politiche”, però, non appesantiscono mai il racconto, rimanendo nella metafora, nella filigrana, funzionali comunque a un dipanarsi della storia che è in grado di funzionare autonomamente, e di mescolare la repulsione e la risata per tutta la sua (forse un po’ eccessiva) durata.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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