The Kindness of Strangers Recensione

Titolo originale: The Kindness of Strangers

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The Kindness of Strangers: la recensione del film che ha aperto il Festival di Berlino 2019

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The Kindness of Strangers: la recensione del film che ha aperto il Festival di Berlino 2019

Il flagello delle storie intrecciate è tornato ad abbattersi su di noi. Quel tipo di storie che all'inizio degli anni Duemila, tra il pessimo Crash di Paul Haggis e gli antipatici film firmati dal duo formato da Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga.
Questa volta a rifilarci un film ambizioso, infarcito di riflessioni sul temi che contano e coincidenze improbabili, è la danese Lone Scherfig, che sceglie - non per caso, per tutta la sua potenza simbolica e la capacità evocativa - New York come sfondo sfocato sul quale raccontare la vicenda di un pugno di personaggi oppressi dalla violenza, la povertà e il dolore della vita quotidiana, e che trovano lentamente, l'uno nell'altro, la forza per andare avanti e raddrizzare il corso delle loro esistenze.

È chiaro dal modo in cui avvicina e allontana, intreccia e separa le storie di questi suoi personaggi (una donna in fuga coi figli da un marito violento, un'infermiera caritatevole e problematica, un giovane appena uscito di prigione e il suo avvocato, un disoccupato volenteroso ma combinaguai), e da come utilizza la musica e le musiche, e da certi svolazzi virtuosistici della macchina da presa che The Kindness of Strangers per la Sherfig è come una composizione musicale. Una sinfonia nella quale ogni strumento, ogni carattere e ogni linea narrativa, contribuiscono a raccontare quanto sia difficile la vita nella società contemporanea, e quanto grande sia il bisogno di empatia, calore umano, gentilezza e comprensione per riuscire a tirare avanti in un mondo nel quale nessuno è senza peccato, e la sfida è quella di perdonare sé stessi prima di poter aiutare e perdonare gli altri.

Peccato, allora, che alla sinfonia della danese manchi non tanto il tempo, o la singola esecuzione da parte di un cast ben assortito e che fa comunque il suo dovere (perché Zoe Kazan, Tahar Rahim, Andrea Riseborough e Caleb Landry Jones fanno quel che devono fare senza sbavature), quanto l'armonia e l'insieme, la melodia, finendo con lo stonare spesso e volentieri per eccesso di enfasi retorica e accumulo di tragedie, nella voglia di reiterare costantemente il suo tema.
E curioso che, per quanto ovvio e grezzo sia The Kindness of Strangers nel racconto della sua melodia drammatica, risultino paradossalmente riusciti e misurati quei piccoli contrappunti umoristici che, specie nell'ultimo terzo del film, emergono quasi casuali dal racconto.

Il merito non è solo di Bill Nighy e Jay Baruchel, che pure sono bravi, il primo nei panni di uno schivo e sornione proprietario del decandente e damascato ristorante russo che è uno dei luoghi attorno al quale si impernia il film, che sarà rifugio reale e metaforico per i protagonisti; il secondo avvocato timido e impacciato, innamorato della Riseborough.
I loro alleggerimenti comici suonano bene anche grazie alle battute che sono state scritte per loro, e a una direzione che in quei momenti lì, quelli nei quali il riso prende il posto del pianto, trova finalmente la sua identità.
Peccato quei momenti siano così pochi, e così sacrificati sull'altare del Tema e del Messaggio.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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