The Irishman: recensione del malinconico e crepuscolare gangster movie di Martin Scorsese

21 ottobre 2019
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Il regista italo-americano celebra il funerale di un cinema e di un'epoca, e allo stesso tempo sembra volerlo far risorgere dalle sue stesse ceneri.

The Irishman: recensione del malinconico e crepuscolare gangster movie di Martin Scorsese

Martin Scorsese e i gangster. Martin Scorsese e Robert De Niro. Dopo tanti anni, dopo Quei bravi ragazzi, dopo Casinò.
Non è più il momento per quelle storie lì, per quella frenesia, per quell'esaltazione, per quelle svolte improvvise e quelle cadute. I tempi sono cambiati. Il cinema è cambiato. Il mondo è cambiato. Perfino Scorsese è cambiato. Non c'è più spazio per gli Henry Hill, i Jimmy Conway, gli Asso Rothstein, stancati e sviliti da infinite copie sbiadite. Ora, necessariamente, tutto deve essere diverso, più disteso, più riflessivo e malinconico. Più classico. Il punto di vista è ribaltato, così come l'estetica e l'etica dei gangster.
I bambini, in precedenza spettatori indifferenti delle gesta dei loro padri (e delle loro madri), ora sono l'occhio che giudica fin dal primo minuto, l'incarnazione di quel senso di colpa cattolico che i protagonisti non riescono proprio a sentire su di loro, nemmeno nel momento dell'estremo e teorico pentimento, tutto razionale e per nulla emotivo e spirituale.

L'unica vera grande colpa, quella che Scorsese racconta con malinconico disincanto, consapevole dell'inevitabilità - e dell'irreversibilità forse: "It is what it is", come ripete Joe Pesci - della trasformazione, è quella portata con loro dai tempi che viviamo. Tempi in cui i figli non possono né vogliono sapere dei loro padri, e quindi del loro passato.
Tempi in cui non esiste più la memoria. Né del cinema, né della storia.
E in The Irishman la storia del film e del cinema (di Scorsese, ma non solo) e quella degli Stati Uniti viaggiano parallele e si mescolano assieme come mai prima d'ora: se in Goodfellas De Niro rivendicava "c'è un solo irlandese, qui", riferendosi a sé stesso, qui il primo e sostanzialmente unico a essere definito "irishman", quasi a metà film, è John Fitzgerald Kennedy.
Tutto è al passato. Unico link con il presente, forse, quel presidente del sindacato succeduto a Hoffa che viene accusato di passare il tempo a giocare a golf. Come un altro presidente dei giorni nostri.
La storia dei personaggi, quella del cinema e degli States, in The Irishman, sono l'una il riflesso dell'altra, perché tutte destinate allo stesso oblio. Oggi, come l'infermiera che accudisce De Niro verso la fine del film, nessuno, a parte i vecchi, ricorda chi fosse Jimmy Hoffa, e che sia così non importa a nessuno. "It is what it is."

Scorsese si prende tutti i tempi e gli spazi che gli servono per raccontare quel che vuole come vuole, la sua macchina da presa è sempre mobile ed elegante, ma meno nervosa. E meno lo è, più è efficace. Come nella scena magistrale della costruzione e dell'esecuzione di Hoffa, cui Scorsese toglie perfino l'onnipresente commento musicale. Come nella crepuscolare ora conclusiva del film.
"Non volevo attori più giovani per i personaggi di De Niro, Pacino e Pesci," ha raccontato Scorsese spiegando il perché del ricorso alla CGI sui loro volti. "Volevo girare con i miei amici." Il regista e i suoi attori non sono più ragazzini, e non hanno tempo o voglia per i giochetti. Volevano stare insieme e raccontarsi per quello che sono, in questo presente qui.
Anche quando sono più giovani in volto, i personaggi di The Irishman si muovono con la goffaggine e i movimenti degli anziani. Sono tutti vecchi, forse stanchi, consapevoli di essere alla fine della loro epoca. Seppur ringiovaniti dalla CGI sono già il riflesso, i fantasmi digitali, di quello che sono e saranno. E così, paradossalmente, si rilanciano beffardamente nel presente e nel futuro.

Allo stesso modo tutto quanto The Irishman è, racconta, incarna e rappresenta, tutta la sua malinconica e avvincente elegia, che celebra il funerale di un cinema passato e ritenuto inattaule, fa risorgere gloriosamente quello stesso cinema dalle sue ceneri, e lo fa - ironia della sorte, o dello stesso Scorsese - proprio grazie ai soldi e alla piattaforma di Netflix, emblema della modernità, della morte dichiarata delle sale, che il regista italo-americano ha spinto a produrre e contenere un film che racconta l'opposto della sua ideologia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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