The Homesman - recensione da Cannes del film di Tommy Lee Jones

18 maggio 2014
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Un non-western carico di emozioni e sentimenti, che ragiona su storia e cultura degli USA (e non solo).

The Homesman - recensione da Cannes del film di Tommy Lee Jones

Dice di non aver girato un western, Tommy Lee Jones. E, se ci si ferma all'apparenza e al setting geo-temporale del suo film, si potrebbe anche rimanere perplessi di fronte a una simile affermazione.
Eppure.

Certo, in The Homesman c'è la Frontiera.
E ci sono i cavalli, i cappelli, le pistole. Perfino gli indiani fanno la loro immancabile e fugace apparizione. Ma non è quello l'importante.
L'importante è che Tommy Lee Jones, con mano registica di grande sensibilità e delicatezza, racconti dello scontro tra coppie di mondi, di universi, di visioni antropologiche del mondo.

Da un lato allora il West, le sue ruvidità, le difficoltà, le conquiste da strappare al suolo e agli altri con i denti, col sudore e col sangue; dall'altra, l'Est civile, dove i giardini son curati, dove si può trovare rifugio e ristoro. Forse.
Ma anche, e soprattutto, le donne, con la loro sensibilità e la loro generosità, schiacciate dalla violenza e dall'egoismo dell'altro universo, quello maschile.
E questa è la vera spaccatura, da sempre trasversale a entrambe le parti del territorio americano, che racconta Tommy Lee Jones; la faglia che, in America come altrove, ha minato e continua a minare, la costruzione di una società più giusta, altruista, democratica.

In The Homesman Hilary Swank è una donna anomala, per gli stadard del west e del western: proveniente dalla civile New York, vive sola negli aspri Territori del Nebraska, ha 31 anni ed è già una zitella; perfino il suo vicino non vuole sposarla, preferendo partire per l'est in cerca di moglie.
Eppure Mary Bee Cuddy è forte e determinata, ma anche gentile e premurosa: sarà lei, a sostituire i maschi riluttanti alla guida della difficile missione di portare via, presso una chiesa in Iowa, altre tre donne meno fortunate di lei; tre donne che hanno perso il senno dopo aver perso i propri figli, o di fronte alla violenza della terra come a quella degli uomini.
E proprio a un uomo - incontrato per caso, un cinico lupo solitario senza (vero) nome, interpretato dallo stesso regista - Mary chiederà aiuto e supporto in questa impresa.

Il viaggio di The Homesman, allora, è quello del femminile che invita il maschile a partire con lei, a condividere e avere esperienza del male che ha generato, a comprendere un mondo e un modo che non ha mai incontrato realmente prima. E proprio perché il femminile, nel film di Jones, riconosce la necessità e le caratteristiche del maschile, quest'ultimo ne sarà inevitabilmente contagiato. Il viaggio di The Homesman allora (semplicemente, eppure con conseguenze enormemente complesse) è quello di un uomo che riesce a imparare da una donna.

Nel costruire il rapporto tra i suoi due protagonisti, nel raccontare una mutazione che non è solo figlia della comprensione e dell'empatia, ma che deve passare per un trauma e con lo specchio di ciò che era per farsi completa, Tommy Lee Jones è così lineare ed essenziale da arrivare diritto al cuore del racconto e degli spettatori. E allo stesso modo, quasi spietato, lo è nel raccontare il dolore e la follia delle tre donne che viaggiano verso est, le loro cause, l'origine di ferite tremende che non potranno mai cicatrizzarsi.

Avvincente nella sua essenzialità narrativa e registica, The Homesman è fatto di gesti e di sguardi, di piccoli, grandi eventi capaci di commuovere e spiazzare, e stimolare riflessioni: perché la presa di coscienza di uno non potrà cambiare l'atteggiamento di tanti, forse, ma è sufficiente per generare azioni minute e profonde, tali da non permettere che la vita e gli insegnamenti di qualcuno siano passati invano e continuino ad avere eco e senso.

Lo stile di Jones non può non far tornare alla mente certe caratteristiche del miglior Eastwood (altro attore regista che sotto il volto di cuoio e i modi burberi è capace di parlare direttamente al cuore, e con il cuore in mano): e non è solo la presenza della Swank a suggerire un parallelo tra questo film e Million Dollar Baby. Soprattutto, lo è la capacità dei loro registi di adottare uno sguardo puro e critico assieme, su sé stessi e sulla donna che hanno di fronte: sul mondo e sulle sue necessità di cambiamento.
Quello sguardo che tutti noi dovemmo cercare di adottare non più spesso, ma sempre.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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