The Golden Glove Recensione

Titolo originale: Der Goldene Handschuh

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The Golden Glove: recensione del thriller/horror di Fatih Akin in concorso al Festival di Berlino 2019

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The Golden Glove: recensione del thriller/horror di Fatih Akin in concorso al Festival di Berlino 2019

Mi piacerebbe molto che tutti quelli, critici professionisti e comuni spettatori, che danno addosso a Lars Von Trier (per dirne uno, eh: ce ne sono anche altri) questionando la caratura etico-morale del suo cinema, la gratuità della sua violenza o il supporto cattivo gusto, per non parlare della misoginia, andassero tutti quanti insieme a vedere The Golden Glove, e magari lo vedessero due volte, meglio se una dopo l’altra.  

Certo, ci sarà tra questi chi, al termine , si alzerà in piedi sollevando il ditino e indicando le immagini sui titoli di coda nelle quali - excusatio non petita - Fatih Akin fa vedere come la ricostruzione di volti e ambienti fatta dal suo film sia stata rigorosamente filologica: “La storia vera era questa, i posti e i volti erano quelli, che altro avrebbe dovuto fare?,” potrebbe essere la sciocca domanda retorica dell’ipotetico avvocato difensore. La risposta, banalmente, potrebbe essere: “Quasiasi altra cosa.”

Ovvio che la vicenda di Fritz Honka, detto Fiete dalla combriccola di squallidi ubriaconi che con lui frequentavano il laido bar del quartiere a luci rosse di Amburgo che dà il titolo al film, l’alcolista che tra il 1970 e il 1975 ha ucciso almeno quattro donne tenendo poi i cadaveri nel suo appartamento, sia una vicenda disturbante e disgustosa.
Cento e passa anni di storia del cinema ci hanno però insegnato come il disturbante e il disgustoso possano essere raccontati senza morbosità piò o meno compiaciuta. E, francamente, è davvero poco comprensibile la scelta di applicare a una vicenda vera e tremenda quel registro grottesco alla Delicatessen, tanto nella storia quanto nelle immagini, utilizzato da Akin nel goffo tentativo di sdrammatizzare.

The Golden Glove propone allo spettatore 115 minuti di corpi sfatti e degradati, strabismi, denti marci, occhi ingialliti e iniettati di sangue, psoriasi, herpes, menomazioni, obesità, rughe, sporcizia, portacenere strapieni di mozziconi e mai svuotati, squallore, liquori scadenti tracannati in quantità, retorica del fallimento e del proletariato, laidità, gesti efferati, violenza demente, perversioni sessuali, vaghe e oppurtuniste riflessioni sulla storia della Germania.
Fa girare lo stomaco, e fa sentire sporchi. “Era quello che il regista voleva,” potrebbe obiettare l’omino in piedi col dito alzato. Forse. Anzi, probabile. Di più: sicuro.

Ma se tutto quello che rimane è quella sensazione epidermica; se conta solo la pura superficie del film, la superficie triste, sporca e squallida, e da quella superficie non emerge un qualsiasi sentimento umano; se non si instaura nemmeno alcuna forma di empatia; se impotenza e alcolismo sono indicate come riduttive cause di un comportamento deviante e criminale; se alla truculenza kitsch del suo immaginario, The Golden Glove è in grado solo di alternare la discutibile ironia degli Arbre Magique che proliferano in casa di Honka per mascherare il puzzo dei cadaveri in decomposizione, o delle fantasie di Fiede su una bellezza angelicata (che non lo salverà affatto) in mezzo alla carne cruda e alle salsicce; se la violenza qui è davvero gratuita e a tratti perfino becera. Se tutto questo è quello che rimane da The Golden Glove beh: volere qualcosa è un discorso, volerne una giusta è tutto un altro.

The Golden Glove
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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