Insurgent: la recensione del nuovo capitolo della saga di Divergent

18 marzo 2015
3.5 di 5
4

Il regista Robert Schwentke aumenta il ritmo e la varietà di situazioni fa il resto

Insurgent: la recensione del nuovo capitolo della saga di Divergent

Jeanine, dittatoriale leader degli Eruditi, cerca di contenere la rivolta rappresentata dai Divergenti dispersi e dagli Esclusi, deflagrata nel precedente Divergent. Decifrare e sbloccare un misterioso cimelio lasciato dagli avi potrebbe essere la chiave di volta per rimettere in riga l'opinione pubblica, ma l'apparecchio potrà essere aperto solo da chi si riveli Divergente al 100%. Nel frattempo l'eroina Tris, insieme all'amato Quattro e ad altri paria, ha giurato a se stessa di vendicare la morte dei suoi uccidendo Jeanine, ma ignora però di dover affrontare nel tragitto interiore soprattutto gli aspetti più oscuri di se stessa...

Al secondo giro con questo Insurgent, la saga distopica young adult di Divergent, basata sui romanzi di Veronica Roth, cambia regista e sceneggiatori, acquistando in ritmo e varietà. All'altalenante Neil Burger succede dietro alla macchina da presa il tedesco Robert Schwentke, ormai a suo agio con l'action dopo Red, ansioso di far dimenticare il flop di R.I.P.D. Poliziotti dall'aldilà, anche se c'è da giurare che l'esperienza con gli effetti visivi maturata con quest'ultimo film gli dev'essere venuta in aiuto qui. Di Insurgent infatti si ricorda volentieri la confezione, se non più originale di quella di Divergent almeno più all'altezza di un vero spettacolo da sala: il coordinamento tra regia ed effetti visivi è solido e genera alcune sequenze piuttosto interessanti e suggestive sul piano estetico.

Schwentke è parecchio aiutato dalla maggiore varietà di ambienti e situazioni della vicenda, che invece in Divergent era più statica: tra spostamenti e visite alle altre Fazioni, le due ore non si sentono, e si ha meno tempo di patire la pur sempre esagerata dipendenza dal modello di Hunger Games. Non che il plot non ricorra ancora a stiracchiamenti e colpi di scena prevedibili (e in un caso a nostro parere forzati), ma l'immediata semplicità dell'umana protagonista Shailene Woodley, alleggerita dalla chioma e ora con un look più aggressivo alla Miley Cyrus, regge bene tutte le situazioni ormai imposte dal genere ipercodificato.
L'elemento sentimentale conta meno che nel film precedente, a tutto vantaggio del giovane pubblico maschile che in sala accompagna le proprie metà. Contribuiscono al gradimento moderato la partecipazione della nuova arrivata Naomi Watts e ancora una volta di Kate Winslet, villain severa.





  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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