The Departed: la recensione del film di Martin Scorsese

09 aprile 2020
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Il film che ha fatto vincere l'Oscar come miglior film e miglior regista a uno dei maggiori registi della storia del cinema, remake di Infernal Affairs e tessera coerente del suo mosaico gangsteristico.

The Departed: la recensione del film di Martin Scorsese

Nove volte Martin Scorsese ha ricevuto una nomination all’Oscar per la migliore regia; una sola ha vinto. Altrettante le volte che un suo film è stato candidato dall'Academy come miglior film; e anche in questo caso, una sola volta ha portato la statuetta. E il film che è stato capace di regalare a uno dei maggiori registi della storia del cinema entrambe queste soddisfazioni è stato The Departed.
Questo, d’altronde, non vuol dire che The Departed sia meglio di Taxi Driver, Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi o Casinò. Dovessi stilare una classifica dei cinque migliori film di Scorsese, probabilmente The Departed non vi rientrerebbe.
Allo stesso tempo, pur rimanendo il fatto che i premi lasciano il tempo che trovano, a rivederlo oggi The Departed è ancora un film potente e affascinante; che in qualche modo, all’indomani di The Irishman, sembra più coerente col disegno complessivo dello Scorsese gangsteristico di quando non sembrasse nel 2006.

A ingannare, ai tempi, fu probabilmente il fatto che, per quanto libero e personale, The Departed è pur sempre un remake. Il remake di quell’Infernal Affairs che ha fatto la storia del cinema di Hong Kong degli anni Duemila e che a sua volta era debitore dell’eredità scorsesiana, e la cui trama è ripresa con variazioni minime, e non particolarmente significative da un punto di vista identitario, dalla sceneggiatura di William Monaghan. Che, però, non solo sta bene attento a non minare la solidità e la geometrica perfezione della struttura narrativa del film originale, ma è anche in grado di colorare gli spazi vuoti con dialoghi e dettagli puramente scorsesiani.
Dal canto suo, Scorsese - che è uno che di cinema se ne intende - sapeva benissimo che se nel film originale il cast era davvero sensazionale, con attori del calibro di Tony Leung, Anthony Wong, Andrew Lau e Eric Tsang, anche il suo film aveva bisogno di interpreti all’altezza. Mette così insieme un cast davvero formidabile, sul quale regna incontrastato il ghigno mefistofelico e dolente di Jack Nicholson, con i volti puliti e sporcati dal sangie di Leonardo DiCaprio e Matt Damon, ottimi nei loro ruoli e soprattutto con una serie di attori di contorno di altissimo livello: dai poliziotti di Martin Sheen e Mark Wahlberg (giustamente nominato all’Oscar), alla psicologa di Vera Farmiga, passando per certezze come Alec Baldwin e attori d’oltreoceano dalla impressionante solidità come Ray Winstone e David O’Hara.

Fin qui, però, parliamo di quello che un qualsiasi smaliziato mestierante di Hollywood avrebbe saputo fare dovendo realizzare il remake di un film che funzionava benissimo e che richiedeva pochi o nessun aggiustamento.
Ma Scorsese non è un mestierante, e imbeve The Departed di qualcosa di più profondo di uno scorsesismo di maniera, calcando la mano sulla violenza brutale e improvvisa, o sul linguaggio scurrile dei suoi mafiosi, che qui sono irlandesi e di Boston, e non italiani di New York, ma tanto è la stessa cosa.
Infernal Affairs, per quanto bello e dinamico, e attento alle psicologie dei suoi protagonisti, era un film di traiettorie e di identità. The Departed, che pure rimane tutto questo, è un film sull’ambizione, sulla voglia di riscatto, sull’illusione di poter plasmare il mondo invece che farsi plasmare da esso (che è quella dichiarata in apertura da Frank Costello). E prima di ogni altra cosa, come spesso in Scorsese, è un film sulla colpa, sul peccato. Qui il peccato, ovviamente, è quello della menzogna.

Il dramma dei personaggi di DiCaprio e di Damon, il primo poliziotto infiltrato nella gang del sadico Frank Costello di Nicholson, il secondo talpa dello stesso Costello dentro il dipartimento di polizia di stato del Massachussets, non è quello relativo alla perdita della loro identità originaria, o del progressivo scivolamento di quell’identità dentro la nuova, che rischia di fagocitare tutto. È, invece, lo scorsesianissimo senso di colpa che provano nei confronti di chi gli sta attorno, di chi si fida di loro e spesso dipende da loro, per via delle menzogne che devono portare avanti per sopravvivere.
D’altronde, i due protagonisti non sono gli unici a mentire: perché mente anche Vera Farmiga, divisa tra l’amore per il personaggio di Damon e l’attrazione per quello di DiCaprio; mente, eccome, anche il Costello di Nicholson, il quale però è l’unico a non patire di questa sua condizione di bugiardo, perché punto di collasso di ogni moralità (o fede religiosa: fare attenzione alle sue battute con o su preti cattolici), e infatti raccontato come un buco nero che spaventa e attrae DiCaprio e Damon, che gli orbitano attorno come pianeti, sempre sul filo del precipitare nella spirale della sua follia e della sua violenza, impreziosite da costanti e simbolici tocchi di abbigliamento animalier.
Da questo punto di vista, il personaggio del Capitano Queenan di Martin Sheen è l’opposto speculare di Costello, e non solo il suo avversario: moderato e quasi dimesso laddove il gangster è costantemente sopra le righe, paterno invece che Saturno capace di divorare i propri figli, buon cattolico (come lo definisce il poliziotto che a un certo punto viene incaricato di pedinarlo) e non psicotico amorale. Agnello sacrificale che sarà vittima dei predatori.

Troppo ingabbiato dalla sua struttura a orologeria per arrivare a possedere il respiro epico, magniloquente e universale di Quei bravi ragazzi e Casinò, The Departed è però qualcosa di più di un film dove Scorsese si diverte a citare sé stesso. E non solo per la consueta maestria con la quale il regista muove la macchina da presa e gestisce personaggi e racconto. Col senno di poi, The Departed è davvero l’anello di congiunzione tra gli universi gangsteristici di Quei bravi ragazzi e Casinò, e quello di The Irishman.
Non solo perché, appunto, lo slittamento è quello che dalla mafia italoamericana passa a parlare (anche) di quella irlandese, ma perché il senso di colpa che agita e tormenta i protagonisti di questo film è molto simile all’unico dal il quale il Frank Sheeran di The Irishman riesce a farsi toccare: che non è quello per la violenza e i crimini che ha commesso, ma per le bugie che è stato costretto a dire ai suoi amici, al Jimmy Hoffa di Al Pacino, e alla sua famiglia.

La spirale della violenza, in The Departed, si chiude su stessa e sui suoi protagonisti, tutti i suoi protagonisti, facendo calare il sipario sui loro desideri, le loro ambizioni (quel ratto che passeggia sarcarstico fuori dalla finestra di Matt Damon, che affaccia sulla cupola dorata della Massachusetts State House) e le loro angosce morali. Chissà se anche Frank Sheeran non avrebbe preferito finire così.
In un caso come nell’altro, Scorsese ci tiene a sottolineare che, qualsiasi cosa si faccia, si sia o di diventi, l’orizzonte comune è quello della morte. E lo fa dire a chiare lettere al Frank Costello di Nicholson all’inizio del suo film: quando un conoscente gli dice che sua madre “se ne sta andando”, Frank risponde sfoderando un sorriso diabolico e dicendo: “Tocca a tutti, regolati di conseguenza.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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