Terminator - Destino Oscuro, la recensione dell'ultimo atto della saga

29 ottobre 2019
2.5 di 5

James Cameron riprende in mano la sua creatura... ma non si nota poi tanto.

Terminator  - Destino Oscuro, la recensione dell'ultimo atto della saga

In capo a poche ore, la vita di Dani Ramos (Natalia Reyes) viene capovolta: suo padre e suo fratello sono uccisi da un essere misterioso (Gabriel Luna), un terminator mandato dal futuro per eliminarla. Frastornata, si trova a essere difesa dalla cyborg Grace (Mackenzie Grace), proveniente sempre dal futuro, nonché da una donna agguerrita e rabbiosa, che risponde al nome di Sarah Connor (Linda Hamilton)...

Abbiamo provato a crederci, lo giuriamo. Abbiamo provato a credere che il ritorno di James Cameron al timone della sua saga, in qualità di coautore del soggetto e coproducer, avrebbe riportato a un minimo di gloria Terminator. Esaminando le intenzioni del copione di David S. Goyer - Justin Rhodes - Billy Ray, si potrebbe essere ottimisti. La storia comincia in Messico e la fuga diventa un attraversamento illegale del confine con gli Stati Uniti, guardato con compassione e quindi legato a un volenteroso messaggio politico e libertario: è una Messicana che va protetta, dopottutto. Certamente rimane un'ambiguità a questo punto contraddittoria nella glorificazione delle armi, che qualche battuta di un redivivo Schwarzy può stemperare fino a un certo punto. Coerente invece il potenziamento della figura femminile, triplicata rispetto a Terminator 2, con la triade Dani-Grace-Sarah. Il cinema di Cameron non ha bisogno della nuova tendenza femminista hollywoodiana per mettere le donne forti al centro della sua narrazione: il suo non è un adeguarsi, è più che altro un sornione “Ve l'avevo detto”. Ulteriore elemento gettato nel calderone: Dani e suo fratello, che faticano in fabbrica, rischiano di essere sostituiti dalle macchine, quindi non manca un pizzico di polemica umanista.

Queste volontà le abbiamo notate, ci sono. Non ci sembra che purtroppo siano adeguatamente sviluppate o sufficienti per dare un senso a Terminator - Destino Oscuro, che per principio vorrebbe connettersi con Terminator e Terminator 2 – Il giorno del giudizio, ignorando i tre capitoli spuri successivi, non curati da Cameron. Per riavviare una linea narrativa di fatto conclusa, il film parte con una mossa assai scorretta sul piano emotivo (potrebbe avere senso logicamente, il cuore si oppone: tutto ciò che segue regge solo a patto che riusciate a digerirla). Per garantire il coinvolgimento di Arnold Schwarzenegger, si cerca un'improbabile evoluzione del suo modello di Terminator, in una chiave fin troppo umoristica e fuori registro col resto del film. Per assecondare i fan più di bocca buona, si costruisce un'impalcatura narrativa modellata pigramente su Terminator 2, fatto salvo quell'abbozzo di caratterizzazione che vi abbiamo descritto prima.
Il paradosso è che Terminator - Destino Oscuro, nato per negare Terminator 3 - Le macchine ribelli, Terminator Salvation e Terminator Genisys, finisce per patirne lo stesso difetto di fondo: uno sforzo disperato di spremere qualcosa di più da un franchise che appare in realtà esaurito da quasi trent'anni, persino sacrificando qualcosa a cui i fan della bilogia erano affezionati, ma senza che il sacrificio valga la candela. Forse, se Cameron avesse preso in mano anche la regia, qui affidata al Tim Miller di Deadpool, almeno il film avrebbe almeno trasmesso sul piano estetico qualcosa di diverso dal tipico action blockbuster generico hollywoodiano, via via più artificiale e meno tangibile, col chiasso che sostituisce il pathos. Quindi lontano dal senso di impotenza, terrore e devastazione che i primi due film trasmisero e sanno ancora trasmettere.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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