Stronger Recensione

Titolo originale: Stronger

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Stronger: recensione del dramma con Jake Gyllenhaal tratto da una storia vera presentato alla Festa di Roma 2017

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Stronger: recensione del dramma con Jake Gyllenhaal tratto da una storia vera presentato alla Festa di Roma 2017

Il 15 aprile 2013 una doppia esplosione nei pressi del traguardo della storica Maratona di Boston sconvolse gli Stati Uniti, di nuovo vittima del terrorismo di matrice islamica dopo l’11 settembre. A distanza di pochi anni, Hollywood ha già portato al cinema la vicenda da due punti di vista diversi e complementari: se Boston caccia all’uomo raccontava in diretta, con la regia frenetica di Peter Berg, la ricerca dei due giovanissimi terroristi ceceni, concentrandosi sulla capacità delle forze di sicurezza di reagire, arriva ora con Stronger la storia di uno dei feriti simbolo di quella giornata.

Jeff Bauman, infatti, è stato il primo a vedere l’attentatore fornendo le indicazioni per disegnare un identikit, appena risvegliato dall’amputazione di entrambe le gambe appena sotto al ginocchio. L’azione e la reazione una volta incassato il colpo, con tanto di identificazione di un eroe comune, costante ossessione dell’establishment americano per catalizzare la speranza di reazione della nazione intera di fronte a un attacco. Perché il nemico questa volta colpisce in patria, anche se viene trattato come fosse in Afghanistan o in Iraq: Jeff viene subito accomunato ai marine morti nei deserti delle guerre lontane. 

La prima parte è dedicata alla presentazione di un uomo innamorato della sua fidanzata, che continua a lasciarlo perché non affidabile, l’ultima volta un mese prima dell’attentato. La seconda è la prima reazione energica, seguita da un cedimento all’alcol e alla depressione, e quindi dal consolidamento pubblico dell’immagine del Jeff eroe, il cui ruolo simbolico lo getta in pasto all’America intera, anche attraverso il vero sport nazionale americano, il baseball. Le trappole della storia vera erano onnipresenti e David Gordon Green non ha sempre saputo evitarle, specie in una parte finale che lascia spazio senza problematizzazioni alla redenzione da palcoscenico, alla messa in scena paradigmatica degli stilemi fondativi degli Stati Uniti. Una nazione che si ritrova riunendosi, dopo aver subito dei colpi violenti, intorno ai propri simboli: spesso la bandiera, in questo caso un uomo comune che ne veicola le qualità. Una nazione che letteralmente costruisce le gambe che lo fanno rialzare, tornando in piedi, regalando una seconda possibilità a chi ha servito il Paese, anche solo cuocendo dei polli in un supermercato; “No One Will be Left Behind”, insomma.

Il problema è che Stronger evita di indagare dietro le pieghe della versione ufficiale, magari identificando una reazione possibile nella semplice sobrietà di chi fa bene il proprio lavoro, come Eastwood nello splendido Sully. Se il Jeff privato è lodevolmente ritratto nelle contraddizioni, sue come della sua famiglia, sgretolata e poco empatica, il Jeff pubblico finisce per diventare una statua da inaugurare in pompa magna, senza le ombre che ne facciano risaltare le qualità. Per il resto, bisogna dire che Jake Gyllenhaal è sicuramente molto bravo, anche nell’identificare uno di quei personaggi che fanno passare direttamente in pole position per la stagione dei premi. Davvero particolare la filmografia di David Gordon Green, partito come cantore dell’anima più indie della periferia texana, per arrivare a una regia di servizio che più mainstream non si può.

Stronger
La nostra intervista a Jake Gyllenhaal e Jeff Bauman - HD
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