Still Alice: la recensione del film con Julianne Moore e Kristen Stewart

17 ottobre 2014
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Quando il cinema coincide con la vita.

Still Alice: la recensione del film con Julianne Moore e Kristen Stewart

Still Alice nasce nel segno di una tragica coincidenza: la comune irreversibilità fra l’Alzheimer che colpisce la protagonista del romanzo di Lisa Genova da cui il film è tratto e la SLA diagnosticata a Richard Glatzer poco prima della telefonata in cui i produttori Lex Lutzus e James Brown gli proponevano di trasformare il libro in una sceneggiatura insieme al collega Wash Westmoreland. Questa bizzarra concomitanza di eventi ha generato il piccolo miracolo di un’intelligente dichiarazione d’intenti: l’impegno, da parte dei registi, a liberarsi di retorica, pathos e involontaria comicità per essere il più onesti e diretti possibile. Una scelta di rigore dunque, che invece di tradursi in un’analisi clinica della rapida progressione della malattia in stile puntata di Grey’s Anatomy, ha sorprendentemente creato un’atmosfera d’intimità, di raccoglimento, di riservatezza. Spieghiamo perché.

Rispettando la soggettività del romanzo, narrato in prima persona, Westmoreland e Glatzer hanno lasciato in disparte i familiari di Alice per entrare nella sua mente che pian piano si svuota. Hanno guardato il mondo solo attraverso i suoi occhi e, giocando con la messa a fuoco e la profondità di campo, hanno escluso dalla vista e dalla comprensione di ciò che la donna non capisce anche lo spettatore, isolato con lei in una stanza, in un discorso che non si chiude, nel segreto di un flacone di pillole da ingoiare tutte d’un fiato.

 Di Still Alice colpisce anche la delicatezza, quasi la timidezza, che poi è la strada migliore da percorrere quando si parla di una malattia che è una tragedia di silenzi sempre più lunghi, di impenetrabili momenti muti squarciati all’improvviso da parole di lucida consapevolezza. E tuttavia questo rimanere in sordina, insieme allo sforzo di non imporre troppo uno stile regia, o una sperimentazione fine a se stessa, talvolta raggela troppo il racconto, soprattutto nella parte iniziale. Allo stesso modo, la presenza della magnifica “rossa di Hollywood”, che senza perdere mai il controllo fa vibrare ogni singola corda emozionale, rende i suoi compagni di set poco più che delle figurine sbiadite. Poco male, la sublime Julianne Moore ci basta!

 A differenza di altri film che parlano di Alzheimer, Still Alice sceglie di non di inoltrarsi nelle fasi finali della malattia. E’ una cosa che abbiamo apprezzato, perché è già abbastanza doloroso sapere che esiste il rischio di perdere un giorno o l’altro ciò che meglio ci definisce come esseri umani: la memoria.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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