Spencer: la recensione del film di Pablo Larrain con Kristen Stewart, presentato in concorso al Festival di Venezia 2021

03 settembre 2021
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In una favola nera, Spencer, il cileno Pablo Larrain si immagina i tre giorni delle festività natalizie in cui Lady Diana scelse la libertà dal marito, il principe Carlo. Kristen Stewart incarna un'icona del Novecento, fragile e piena di umanità. La recensione dal Festival di Venezia 2021 di Mauro Donzelli.

Spencer: la recensione del film di Pablo Larrain con Kristen Stewart, presentato in concorso al Festival di Venezia 2021

Natale in casa Windsor.
Dopo aver raccontato in Jackie una first lady sconvolta, a una settimana dalla morte di un Presidente già icona, mentre ancora sconvolta dal dolore accoglieva un giornalista per un’intervista, Larrain in Spencer immagina “cosa potrebbe essere successo” a Lady D nei tre giorni delle festività natalizie del 1991. Giorni fatidici per la scelta di non salvare le apparenze, e il suo matrimonio infelice. Da un’icona del XX secolo a un’altra. Da una vedova in cerca di elaborazione del lutto a una moglie che cerca la forza per non subirlo, il lutto, per diventare vedova in vita rinnegando il marito Carlo, ma soprattutto la sua famiglia (reale). Spencer, quindi, come la sua famiglia. Aristocratica anch’essa, fin dal XV secolo. 

L’unione fra Diana e Carlo è in crisi, pubblicamente. Paparazzi e giornalisti mondani sono continuamente in cerca di conferme quotidiane, di immagini che possano alimentare le voci di un imminente divorzio. Come tradizione sono giornate in cui si beve, caccia e mangia. Tanto che fin dal 1847 tutti gli invitati, nessuno escluso, vengono pesati all’arrivo e alla partenza. Un ingrassamento è d’obbligo, per dimostrare di essersi divertiti. Ma Diana è diversa, “metà del suo peso è costituito da gioielli”. La incontriamo mentre si perde, sola, giungendo in macchina a Sandringham, luogo dei festeggiamenti. Si perde nonostante sia la campagna in cui è cresciuta, vicina di casa, letteralmente, dei Windsor. Ma nei dieci anni trascorsi da quando ha varcato il recinto è talmente cambiata che non si ritrova, se non per uno spaventapasseri con cui giocava da ragazzina, ancora con indosso una vecchia giacca del padre. Una fonte di calore emotivo, rivendicato come una bandiera, in un contesto in cui ogni persona è pura moneta di scambio, ha un ruolo definito in un gioco di (alta) società sempre uguale a sé stesso. Come dice Diana ai figli, non c’è futuro in quel mondo, “solo un passato che si fa presente”. Ogni giorno. 

È una principessa rinchiusa, nella favola nera di Pablo Larrain. Si sente un fantasma, in un copione che prevede che ogni parola che scambi con chiunque a corte venga riferita. Del resto entriamo a palazzo, e nel film, dalle cucine, insieme alle casse di cibo scortate dai militari in una cucina in cui giganteggia una scritta molto chiara, che vale per “la servitù”, ma in fondo anche per i reali dei piani alti. “Ridurre al minimo i rumori. Loro possono sentirvi”. “Loro” ascoltano tutto, anche i comportamenti sempre più bizzarri della principessa ferita, con le proprie mani oltre che da un ruolo che conosce bene, ma non riesce a sostenere. I veri fantasmi, in Spencer, sono però i reali, sagome di cera appena intraviste, di cui arrivano solo attraverso messaggeri i costanti richiami all’ordine per la prima attrice, perché salga finalmente sul palcoscenico, nella maniera e nei tempi che richiede il rituale.

Diana amava le “cose belle”, ma anche quelle che piacciono “alla classe media”, anche se gli Spencer non ne facevano parte. I colori sgargianti dei suoi abiti e l’anima fragile risaltano come le scarpe rosa di Maria Antonietta nel film di Sofia Coppola. Dai croissant al soufflé all’albicocca, il suo preferito, cucinato da una delle rarissime persone che mette in scena una variazione sul copione, con un gesto di attenzione e affetto. Ma è destino che in casa Windsor Diana non riesca neanche a prendere un etto, a non essere felice né a divertirsi, vomitando quel poco che ingurgita. Anche se un contadino si è premonito di coltivare una certa verdura o di allevare una certa prelibatezza, come le ricorda Carlo.

Per riuscire a mangiare veramente, Diana deve fuggire verso un attimo di normalità, risvegliandosi dall’ossessione per di Anna Bolena, finendo per mangiarsi un banale pollo fritto, proprio sulla riva del Tower Bridge, a pochi passi da dove venne rinchiusa da Enrico VIII la sua sfortunata consorte. Spencer racconta i tre giorni in cui Lady Diana scelse di rinnegare la storia, quella che ricorda i regnanti, “più passa il tempo con sempre meno parole per descriverli: Guglielmo il Conquistatore, Elisabetta la Vergine”.

Non sarà un principe azzurro a portare in salvo la principessa in difficoltà, ma è lei a dimostrare una forza inattesa, alla luce delle sue tante fragilità. Quella di non diventare regina, con una disperata voglia di futuro, impossibile da ricercare a corte. Un futuro che, come sappiamo, il fato beffardo gli precluse, mantenendo però forte, come dice Larrain, un’eredità “di onestà e umanità senza eguali”.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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