Seberg: la recensione del biopic con Kristen Stewart sull'attrice icona della Nouvelle Vague presentato a Venezia

31 agosto 2019
2.5 di 5
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Un film ossessionato dal primo piano, dove l'attrice protagonista cerca di cogliere la verità profonda del suo personaggio senza trovare grande aiuto.

Seberg: la recensione del biopic con Kristen Stewart sull'attrice icona della Nouvelle Vague presentato a Venezia

Benedict Andrews viene dal teatro. Il suo primo film, Una, era l'adattamento di una piéce teatrale. All'opera seconda deve aver pensato bene di ribadire di più lo specifico del cinema cui si sta dedicando. Allora ecco non solo una biografia, seppur parziale, di una attrice diventata un mito, ma anche un film che cerca in tutti i modi di dimostrare di essere tale usando e abusando di uno degli elementi base della grammatica del cinema: il primo piano.
Se dai 104 minuti della durata complessiva di Seberg togliessimo tutti i primi piani con cui Andrews indugia sul volto della sua protagonista - una Kristen Stewart che cerca con insistenza una somiglianza più profonda di quella fisica col suo personaggio - ne rimarrebbero infatti meno della metà. Senza contare quelli riservati agli altri.

Il primo piano serve a Andrews per cercare di emulare le inquadrature francesi che hanno costruito il mito di Jean Seberg. Per cercare, anche, di entrare nella sua testa, nella sua mentalità e in quelle che diventeranno le sue nevrosi. Serve a Andrews per appoggiarsi alla sua attrice protagonista, al taglio di capelli mimetico e allo sguardo intenso per mascherare qualche ingenuità di troppo del copione.
Seberg inanella eventi, li snocciola uno dopo l'altro senza mai preoccuparsi troppo - fatte salve le didascalie tattiche - di dare un'idea precisa del quadro temporale, e degli intervalli che intercorrono tra una scena esplicativa e un'altra.
Jean sul rogo di Preminger. Jean che saluta marito e figli per andare in America per girare La ballata della città senza nome. Jean che in aereo incontra Hakim Jamal. Che va a Compton a casa sua e ci finisce a letto in un battere di ciglia, dando così il via alla catena di eventi che la vedrà drammaticamente protagonista, tra Black Panther, FBI, sorveglianze, scandali, esaurimenti nervosi e tentativi di suicidio, distrutta da fake news e shit storm ante litteram che il film collega chiaramente a quelle del presente.

Quando non è in primo piano, Kristen Stewart sfoggia una serie di abitini, vestiti da sera, camicette e perfino négligé decisamente invidiabili, e si muove nel contesto di scenografie altrettanto curate. Al suo fianco si alternano Anthony Mackie, Jack O'Connell, Yvan Attal, ognuno con la sua battuta esplicativa, o col gesto utile al rilancio di una storia che pare fatta di troppi finali.
Si sforza di restituire la verità della Seberg, il suo slancio ideale, la sua paranoia, il suo dolore. Troppo spesso è lasciata sola in questo suo sforzo, senza un copione cui aggrapparsi, senza un regista capace di assecondarla e fornirle gli appigli di cui ha bisogno.
Sola, come la Seberg. Sola, in primo piano. Di fronte a spettatori che registrano le sue parole e le sue azioni con un coinvolgimento che ricorda quello dell'agente FBI di O'Connell, e dello stesso Andrews: blando, vagamente pruriginoso, solo tardivamente partecipe e consapevole, comunque scarsamente sufficiente a salvare l'attrice e il film dal loro destino.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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