Roubaix, une lumière Recensione

Titolo originale: Roubaix, une lumière

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Roubaix, une lumière: recensione del poliziesco notturno di Arnaud Desplechin in concorso a Cannes 2019

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Roubaix, une lumière: recensione del poliziesco notturno di Arnaud Desplechin in concorso a Cannes 2019

In pochi chilometri, osservabili facilmente dal tetto di un edificio, sono racchiusi tutti i luoghi di Roubaix dell’infanzia e della maturità del commissario Daoud: la scuola materna dove ha imparato il francese, appena arrivato con la famiglia a 7 anni dall’Algeria, il palazzo in cui è cresciuto, il Belgio in cui andare le sere del fine settimana a bere e ballare, appena più in là Lille. Luoghi poco cambiati in apparenza, ma consumati nei decenni dalla fine del boom industriale di Roubaix, e delle fiandre francesi, ormai la città più povera del paese, con disoccupazione alle stelle e, conseguentemente, un tasso di criminalità elevato.

Sono i giorni intorno al Natale, quelli in cui Arnaud Desplechin ambienta un inusuale polar, ispirandosi a un documentario, nella sua città natale, àncora di salvataggio dei ricordi in cui è spesso tornato, insieme al suo cinema, per allontanarsi dalla confusione parigina. Un film che conferma la poliedricità di uno dei maggiori cinefili e intellettuali del cinema francese di oggi, che si fa ispirare dal suo amore per Hitchcock, ma anche, se non soprattutto, dal capolavoro della letteratura russa Delitto e castigo. Il punto di vista della vittima è sempre stato quello per cui ha empatizzato Desplechin, solo che questa volta le vittime rischiano di diventare carnefici.

La luce proviene dalle modeste luminarie della grigia cittadina, ma anche dal fuoco di una macchina incendiata, o dagli sguardi delle vittime di uno stupratore seriale in cerca di giustizia. Sono immagini di persone comuni alle prese con la colpa e la giustizia, quelle da cui è partita il regista per raccontarci alcune giornate, ma soprattutto notti, all’interno degli uffici della polizia di Roubaix. Su tutti c’è il commissario Daoud (eccellente l’interpretazione di Roschdy Zem), insonne indagatore dei fatti criminali della sua città, di cui è una sorta di memoria vivente. La sua famiglia è tutta tornata in Algeria, lui no, “perché i miei ricordi d’infanzia sono tutti qui”. 

Il commissario è profondamente umano, quanto il contatto che cerca sempre di instaurare con i piccoli e grandi criminali, visti senza etichette e preconcetti, guardati sempre negli occhi, con la sua sofferenza che cresce con la gravità del crimine che intuisce aver rotto l’equilibrio della vita della persona che si trova di fronte. Bonario e taciturno, questo Maigret (in fondo il Belgio di Simenon è a un tiro di pietra) non si schioda mai dal suo ufficio o dai luoghi della città in cui nota con sofferenza i segnali del declino di Roubaix, ancora più doloroso per chi ha vissuto momenti di gloria economica.

Una sera viene trovata morta un’ottantenne, e il neo arrivato investigatore Antoine Reinartz verrà coinvolto subito nel caso, interrogando la coppia di fidanzate vicine di casa della vittima, Léa Seydoux e Sara Forestier. Occasione per il racconto degli interrogatori, prima solitari poi a due, oltre alle tecniche psicologiche del caso, come il proverbiale gioco al poliziotto buono e poliziotto cattivo. Un lungo percorso ipnotico fra sala interrogatori, celle e ricostruzioni di quanto accaduto, in cui si viene letteralmente travolti dalle procedure serrate, i dialoghi incalzanti e l’emergere del profilo psicologico delle due amanti e sospettate. Non ci ricordiamo una dissezione così lineare, precisa e dettagliata, eppure coinvolgente, di un’inchiesta preliminare.

Una storia e dei personaggi periferici, all'insegna di una messa in scena minimale, che ruota intorno a tematiche semplici e basilari come la colpa. Il delitto raccontato prima del castigo, attraverso lo sguardo di chi sa ascoltare e leggere, rintracciando e “restituendo l’umanità ai colpevoli”.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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