Raging Fire, la recensione: l'heroic bloodshed ritorna al futuro

01 dicembre 2021
4 di 5

L'ultimo di Benny Chan, morto per un tumore poco dopo aver terminato le riprese di questo film, è un filmone che guarda alla tradizione più gloriosa del cinema di Hong Kong degli anni Ottanta e Novanta, adeguandola alle necessità del presente. Raging Fire è stato presentato nella sezione Le stanze di Rol al TFF 2021. Recensione di Federico Gironi.

Raging Fire, la recensione: l'heroic bloodshed ritorna al futuro

Un poliziotto incorruttibile. Un altro, suo ex pupillo, diventato un criminale. Quella di Raging Fire è la storia di due ex amici diventati acerrimi nemici. Una storia di vendetta, prima che di rapina, o di azione. Una storia che tira in ballo tutte quelle questioni sentimentali, psicologiche, e filosofiche sul senso della legge e della morale, dell'etica e dell'amicizia, che sono state alla base della stagione d'oro del cinema action hongkonghese. Dell'heroic bloodshed nato col cinema di John Woo, Ringo Lam, e altri ancora.
A dirigerlo Benny Chan, uno dei migliori allievi di quella generazione di registi, morto prematuramente lo scorso anno, poco dopo aver completato le riprese di questo film, che è dedicato alla sua memoria.
Come già in The White Storm, Chan guarda a quel passato glorioso e lo rimette in scena, aggiornato e corretto al presente. All'azione balistica fatta da pistole, mitragliatori e altre armi tattiche che ha la precisione di un Michael Mann (Heat è esplicitamente citato almeno in un paio di scene, oltre che in molti toni) si associano spericolate coreografie d'azione e combattimento a colpi di arti marziali, funambolici e pirotecnici inseguimenti d'auto.
L'asticella si alza sempre più in alto, la verosimiglianza è un falso problema, lo spettacolo e il sentimento sono quello tutto ciò che conta. Hong Kong ce l'ha insegnato. Benny Chan lo sa benissimo.

Da un lato il volto pulito e umile della legge, il detective interpretato da Donnie Yen, volto contrito per il senso del dovere, e anche per quello di colpa. Perché dall'altro lato c'è il neo-gangster Nicholas Tse, spietato, mefistofelico, sopra le righe, divenuto diavolo perché a farlo cadere quando era ancora angelo fu proprio il suo vecchio mentore, vittima di un superio che vince anche sull'amicizia.
In mezzo, tutte le sfumature di senso e significato dell'essere poliziotto, dell'essere amico, dell'essere umano.
Tra le due polarità di questi personaggi, scintille continue: che si tratti di quelle che scaturiscono dalle armi da fuoco o dai combattimenti corpo a corpo, o di quelle prodotte dalla tensione di confronti faccia a faccia dove il passato grava si loro tanto quanto un futuro ineludibile e sanguinoso.
Come in quel cinema di cui Raging Fire è erede e proseguimento, il sentimento non è mai qualcosa che appesantisce la narrazione, o che zavorra l'azione: tutto il contrario. E sebbene figlio di quella cortocircuitazione continua iniziata negli anni Ottanta che ha fatto sì che Hollywood prendesse da Hong Kong e viceversa, e così ancora e ancora fino a confondere i veri livelli di rispecchiamento, ha una tale perizia nell'azione che in America dovrebbero studiare a memoria.
126 minuti, quelli di Raging Fire, che sono 126 minuti in cui la forza, la precisione, l'eleganza, la spettacolarità e perfino la coattagini del cinema di Hong Kong catturano senza scampo: che a emergere, nel contesto di una città meravigliosa come sempre, siano più le tonalità cupe del noir o quelle nitide e scintillanti dell'action puro.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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