Quando c'era Berlinguer - la recensione del documentario di Walter Veltroni

22 marzo 2014
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L'ex segretario del PD esordisce nella regia col ritratto dell'ex segretario del PCI.

Quando c'era Berlinguer - la recensione del documentario di Walter Veltroni

Insomma: non è che si potesse pretendere che Walter Veltroni gettasse la maschera e si rivelasse come l’Erroll Morris di casa nostra.
Quindi, non si poteva pretendere che Quando c’era Berlinguer fosse molto di più di quello che è, di un ritratto-santino dell’uomo e del politico, una sottolineatura della della sua modernità e attualità. Di un bignamino della storia che lo riguarda, di un ritratto nostalgico e sospirante dei tempi andati, belli e brutti al tempo stesso, di un partito e di un paese: dentro il titolo c’è già tutto.
Certo, pretendere qualcosa di più era legittimo, ma lo è anche evitare di sparare sul pianista solo perché porta un certo cognome.
Il documentario di Veltroni è la perfetta prosecuzione delle figurine, delle videocassette e dei libri venduti con L’Unità, appartiene alla stessa idea di operazione culturale; un’operazione superficiale, con molti lati irrisolti, ma comunque utile alla diffusione di un sapere e, soprattutto in questo caso, di una memoria.

Veltroni non è uno sprovveduto, e piazza in apertura del suo documentario le risposte raggelanti e imbarazzanti di liceali e universitari che dimostrano di non aver la benché minima idea di chi fosse Berlinguer (di quel che ha fatto non parliamone neppure): dimostrando, così, l’innegabile necessità di qualsiasi prodotto che sia capace di raccontare la Storia, di continuare a tenere viva la memoria.
A questo, francamente, nessuno potrebbe mai obiettare, anche se questa Storia e questa memoria vengono raccontate e tenute vive senza particolari guizzi registici o storiografici, e anzi con diverse cadute di stile, molta retorica, e un cinismo furbesco nell’uso di certo dolore; con un’aderenza ai fatti pedissequa e prevedibile, e con omissioni un po’ ovvie (le contestazioni a Berlinguer che in alcune occasioni videro protagonisti sia la figlia Bianca - unica donna intervistata nel doc - che il figlio Marco, o certe miopie politiche e sociali del segretario del PCI all’alba degli anni Ottanta) e sottolineature sul compromesso storico di allora che sembrano suggerire l’avallo alle larghe intese di oggi.

E allora, che si sia di destra o di sinistra, giovani o vecchi, è difficile non guardare le immagini di repertorio di Quando c’era Berlinguer, i comizi, le tribune politiche, le interviste televisive, senza pensare che davvero la politica, quella politica, non c’è più, sostituita da un’altra dove il rigore e la serietà, l'etica e la morale, le idee e perfino le ideologie sono praticamente scomparsi, e al loro posto si sono l’immagine, la seduzione, la retorica, lo spettacolo e, spesso, l’interesse.
Forse questa politica non è peggio di quella, non lo so e non è questo il punto: il punto è che il cambiamento c’è stato, anche e soprattutto per via di coloro che continuano a sbandierare Berlinguer come un mito e un riferimento. Veltroni incluso.

Già, perché tra le cose che il neoregista avrebbe potuto evitare c’è di sicuro l’uso insistito della sua voce off, costellata di “io” che vogliono appropriarsi del ricordo e della partecipazione. Legittimo, certo, anche se vagamente vanesio, ma del tutto dissonante se poi quell’io sparisce quando si parla o si accenna a quel che (non) è accaduto dopo la morte di del segretario comunista.
A riecheggiare, allora, sono le parole di Aldo Tortorella, che con onestà Veltroni non censura: “Dopo la morte di Berlinguer, nominammo un segretario provvisorio, e avevamo sperato che sareste stati voi,” dice con amarezza l’esponente comunista “a proseguire il cammino di Enrico.”
Un cammino che, però, né il neoregista né altri hanno saputo o voluto portare avanti.

E allora, con buona pace dei coetanei del regista, che sui giornali e in tv ricordano e si stracciano le vesti e si commuovono, a commuoversi forse sono di più i miei, di coetanei: perché Berlinguer, un politico come lui, per loro (che siano o siano stati di destra o di sinistra) almeno c’è stato; noi, invece, non ne abbiamo mai avuto nemmeno una pallida imitazione.
 


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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