Power Rangers: la recensione del nuovo film su quei bravi ragazzi della Saban

03 aprile 2017
3.5 di 5
16

Colori diversi, ragazzi diversi, ragazzi di colori diversi, come dice il robot Alpha 5, uniti per salvare il pianeta.

Power Rangers: la recensione del nuovo film su quei bravi ragazzi della Saban

Quei bravi ragazzi della Saban non ci sono più. Il casco impomatato, la tutina abbottonata e il motivo a rombi da pullover della domenica, l'aria da supereroi compiti che corrono in fila indiana accucciati sui talloni, tutto sparito. Al loro posto, questi Power Rangers ribelli, ostinati, smanettoni, sguaiati, solitari. Moderni, se moderni vuol dire problematici, umani, se vuol dire difettosi, rotti, interrotti o mai del tutto avviati, ed è paradossale che dei personaggi che nella vita arrancano e si inceppano di continuo, funzionino poi così bene sullo schermo.

Jason, ex campione di football, condannato a un tutore che gli ricorda costantemente l'errore che ha mandato all'aria la sua carriera. Kimberly, bella e popolare, cerca con un taglio di forbici di potare i suoi problemi con le amiche. Trini, svitata, invisibile, inespugnabile, scopre che tutte le definizioni su di lei sono vere e inesatte allo stesso tempo. Zack, il più avventato, il più sfacciato, il più distaccato, è anche quello che si sacrificherebbe per gli altri senza pensarci un attimo.
E Billy. Billy è nello spettro, dice lui, e intende lo spettro dell'autismo. Da qui le difficoltà di comunicazione, gli interessi ristretti per le cose che esplodono, le attività ripetitive, come allineare compulsivamente matite colorate, e le difficoltà a capire il senso dell'umorismo. Questo non importa perché le battute più divertenti nel film sono le sue.
Colori diversi, ragazzi diversi, ragazzi di colori diversi, per dirla come il robot Alpha 5. Cinque personalità apparentemente inconciliabili che per salvare la cittadina di Angel Grove e l'intero pianeta, sono costrette a formare una squadra, non nel senso più superficiale del termine, ma in un'accezione profonda che coincide con fiducia reciproca e sacrificio. Qui sta il nodo centrale della trama.

L'armatura non viene richiamata tramite morpher, termine diventato obsoleto come il meccanismo che rappresentava, si preferisce il più semplice "moneta" per indicare la fiche luminosa da giocare al tavolo/griglia di trasformazione, un sistema di pedane disposte in circolo nel cuore della nave spaziale di Zordon (che ha il volto, e solo il volto, di Bryan Cranston). Ma nasce da dentro quando ci si dimostra degni di indossarla, è una questione interiore o di interiora, per questo ha l'aspetto di un'impalcatura anatomica di ferro, percorsa da arterie luminose che si avvolgono intorno a una spina dorsale metallica, con vertebre fluorescenti e muscoli fibrosi a vista.
All'inizio la sensazione è fastidiosa e contrasta con l'immagine vivida del vecchio costume attillato, pare che per dispetto abbiano preso i personaggi dell'infanzia e li abbiano inscatolati, chiusi in una lattina con una zip d'acciaio e buttato la linguetta, tanto per rimarcare il fatto che sono un prodotto confezionato in serie. Poi, a un certo punto, l'azione smodata e i combattimenti apocalittici ti scrollano tutto e ti scrollano di dosso la nostalgia, e tu tiri su col naso e ti lasci travolgere dal senso di potenza crescente che punta sugli effetti speciali contemporanei e il design potenziato. Giusta la scelta della super forza, dei super riflessi, dei super salti sopra gole profonde, anche senza trasformazione attiva. Pratica la nuova visiera rimovibile, che non intacca l'espressività del personaggio e mantiene il legame di empatia anche quando indossano l'iconica mise. Incredibile l'effetto del jingle accalappia fan "Go go Power Rangers, GO GO POWER RANGERS!" che esplode nella sala quando caricano con gli Zord addosso alla perfida Rita Repulsa.
Poprio lei, grazie all'impeccabile interpretazione di Elizabeth Banks, è l'antagonista che ci vuole a tirar fuori il carattere da questi giovani enigmatici. Un mix tra l'incantatrice dannata di Suicide Squad e una brilla Jack Sparrow al femminile.

Nelle mani del regista Dean Israelite, al secondo lungometraggio, la macchina da presa è docile, nel senso di addomesticata: gira scodinzolante intorno ai protagonisti con riprese a spalla, inquadrature dal basso e di sbieco; raspa nelle scene di azione e scivola e rotola. A comando "fa il morto" quando l'immagine smette di vorticare e ci regala una scena fissa corale, un momento genuino di riflessione o confessione. Usa un approccio giovane per raccontare una storia antica, nemmeno tanto quella del telefilm ma dell'adolescenza incasinata, scandita da drammi personali e familiari che diventano prima generali e poi incredibilmente attuali. C'è il tema del cyberbullismo dal punto di vista inedito del bullo, e quello del bullismo in senso più tradizionale fatto di intimidazioni e colluttazioni fisiche ai danni della vittima nerd, ci sono le incomprensioni genitori-figli e i pregiudizi verso i compagni di scuola. C'è, sopra tutti, il tema della prima impressione sbagliata, con il faticoso percorso intrapreso per correggerla e riformularla. Non senza quell'opprimente senso di colpa, che è comunque un passo in avanti sulla strada dell'eroismo.



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