Please Stand By: recensione del film con Dakota Fanning

31 ottobre 2017
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Il diario di un viaggio di una ragazza autistica interpretata da una magnifica Dakota Fanning.

Please Stand By: recensione del film con Dakota Fanning

Com’è diventata grande Dakota Fanning... com’è cresciuta dai tempi in cui - bimbetta/bambolina di bianco vestita - sfilava su uno dei tanti red carpet de La guerra dei mondi, il film di Steven Spielberg in cui divideva la scena con Tom CruiseDakota che è stata la spietata Jane del clan dei Volturi della Twilight Saga, e che in American Pastoral era la figlia ribelle dello Svedese, qualcosa della fanciullezza - forse un certo candore o una tenera goffaggine - però lo conserva ancora e lo ha tirato fuori in un romanzo di formazione che ha un bel sapore "indie" e che affronta con delicatezza il tema della malattia mentale. Please Stand By, nella sua semplicità, racconta, non a mo' di documentario travestito da film di finzione né spingendo il pedale della facile commozione attraverso il dramma e il melò, l'autismo, penetrando la spessa coltre di disinformazione che avvolge un disturbo troppe volte liquidato come insieme un po' bizzarro di comportamenti compulsivi, oppure reso ridicolo da situazioni buffe, o semplicemente considerato funzionale alla storia che si sta narrando e che spesso contiene misteri da svelare (e pensiamo a The Accountant o alla serie tv Touch).

Non che manchi un pizzico di mistero, o meglio di avventura, nel film di Ben Lewin, che tuttavia ha il pregio di incollarsi alla sua protagonista e di riuscire contemporaneamente a spiegarci la sua complessa personalità e il suo difficile rapporto con i sentimenti e con il il contatto fisico, guardato ora con brama ora con diffidenza proprio come faceva il signor Spock di Star Trek, che è umano per metà proprio nello stesso modo in cui la protagonista della nostra storia è "sana" per metà. E proprio Star Trek è la grande passione della ventunenne Wendy, che, come la Dorothy de Il Mago di Oz, intraprende un viaggio, in compagnia di un cagnolino, verso un paese delle meraviglie - solo che nella nostra storia, al posto di una terra incantata nella quale vengono esauditi i desideri, ci sono gli studi della Paramount, dove consegnare una sceneggiatura con protagonisti l'iconico vulcaniano e il suo caro amico Capitano Kirk. E proprio Star Trek, che innesca lo scatto del personaggio verso la normalità, serve al regista per celebrare il potere della fantasia e dell'immaginazione, che poi è il tema forte del film. Con i sogni e la creatività si va lontano, ci dice Lewin: oltre quel semaforo che segna un confine che non andrebbe mai varcato, oltre quel negozio di dolcetti alla cannella dove offrire il prodotto al cliente significa ricreare in un altrove non troppo lontano la solita confort zone. Eppure Wendy che ogni giorno della settimana indossa lo stesso maglione ma di un colore diverso abbandona il perimetro di sicurezza e, come il ben più anziano protagonista de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, sale miracolosamente su un mezzo di trasporto e va ad abbracciare la vita, ed è bellissimo che vada. 

E tuttavia, questa parte di Please Stand By, per quanto accattivante perché più un road trip è irto di imprevisti e più è intrigante, è forse la più debole e prevedibile del film, ma gli squarci di poesia che si aprono lungo il percorso fanno dimenticare l’esito un po’ scontato della vicenda e tengono a bada la facile comicità. Altro spunto interessante è che il mondo fra San Francisco e Los Angeles in cui Wendy si muove non è fintamente buono e gentile, perché a popolarlo, come in una fiaba appena appena dark, sono sorelle emotivamente aride, ladruncoli, autisti imprudenti e persone ottuse. Ma Wendy impara la lezione, e fa sentire la propria voce, con determinazione, ma anche con discrezione, quella discrezione, mista a rispetto, che caratterizza la straordinaria performance della Fanning: sempre naturale, sempre "delicata" anche quando il personaggio ha una delle sue crisi, e sempre padrona dei suoi gesti, dei suoi movimenti e delle sue parole, proprio come un attore del metodo che, dopo un grande e dettagliato lavoro di ricerca, diventa la quintessenza della spontaneità. 

Please Stand By, che pur non ambisce a gridare messaggi e a giocare il gioco del pretenzioso cinema d'autore, preferendo muoversi in punta di piedi, non sarebbe così potente senza Dakota, che a differenza del personaggio che interpreta, è uscita dal bozzolo già da tempo. Qui sembra che non debba dimostrare nulla a nessuno, e per questo l'impressione è che stia procedendo di gran carriera lungo il sentiero di mattoni gialli che conduce nella landa dei premi importanti, o che sia salita a bordo dell’Enterprise che la porterà nella galassia delle stelle più fulgide, in un universo dove il linguaggio Klingon della sua "rain girl" è stato definitivamente sostituito dalla lingua del talento universale.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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