Piccole Donne: la recensione della nuova rilettura del romanzo

19 dicembre 2019
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Greta Gerwig confeziona un film ambizioso, con molte zone d'ombra, in cui mescola le storie dei libri della Alcott a episodi della vita dell'autrice.

Piccole Donne: la recensione della nuova rilettura del romanzo

Non sappiamo se oggi Piccole Donne e i suoi tre seguiti - Piccole Donne Crescono, Piccoli Uomini e I ragazzi di Jo – facciano ancora parte delle letture “obbligatorie” delle ragazze o siano considerati superati, ma fino a non molto tempo fa (almeno) il primo romanzo era uno dei classici su cui si è formata l'educazione morale e sentimentale di più generazioni femminili, anche nel nostro Paese. Per chi poi di carattere era diversa dalle altre, aveva ambizioni di scrittrice e odiava la rigidità delle convenzioni e delle aspettative nei confronti del sesso femminile, Jo March – alter ego dell'autrice Louisa May Alcott - era uno straordinario role model a cui sognare di assomigliare. Femminista, scrittrice anche di libri gialli, Alcott aveva ricevuto un'educazione privilegiata, nonostante le non floride condizioni economiche: i suoi insegnanti privati erano stati illustri intellettuali amici di famiglia, come Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Hawthorne e Henry David Thoreau. Poco a suo agio nella società americana del tempo, scrisse di sentirsi un uomo nel corpo di una donna e di essere più attratta dalle ragazze che dai ragazzi. Oggi sarebbe stata probabilmente una fiera esponente della comunità LGBTQ+, ma a metà del diciannovesimo secolo era solo una donna single, indipendente e ribelle come la sua Jo.

Greta Gerwig porta al cinema per la quinta volta questo classico romanzo educativo semi autobiografico, diretto esplicitamente alle ragazze, dopo la versione muta del 1917 e le tre sonore. Nel 1933 nel film di George Cukor il maschiaccio Jo è Katherine Hepburn, mentre Joan Bennett interpreta Amy. Nel 1949 Mervin LeRoy, in quella che resta la trasposizione più celebre del libro, dirige June Allyson (Jo), Elizabeth Taylor (Amy), Janet Leigh (Beth), Peter Lawford (Laurie) e Rossano Brazzi (il professor Bhaer). Nel 1994 si cimenta con la storia l'australiana Gillian Armstrong che, proprio come Gerwig, unisce alle vicende dei romanzi episodi della vita della scrittrice. In questa versione Wynona Rider è Jo, Christian Bale Laurie, Gabriel Byrne è Bhaer e Kirsten Dunst e Samantha Mathis sono Amy in età diverse.

L'approccio scelto da Gerwig alla fonte è duplicesia dal punto di vista formale che dei contenuti. Narrativamente, de-costruisce la storia che conosciamo strutturandola in una serie di flashback e continui passaggi (non sempre lineari) tra passato e presente, partendo quasi dalla fine, quando Amy si trova in Europa con la zia March e Jo a New York e rivelando dunque subito cose che le lettrici del romanzo scoprono molto più avanti, in modo graduale e più sorprendente. È sicuramente una forma di racconto più contemporanea e azzardata, che toglie coesione all'insieme (del film colpiscono più i singoli quadri che la composizione generale), ma permette alla regista di mettere da subito al centro dell'attenzione il personaggio che più le sta a cuore, Jo, che non a caso affida alla sua attrice prediletta, Saoirse Ronan. Da sempre affascinata dalla lotta femminile per l'indipendenza e la ricerca di un posto nel mondo che non sia quello stabilito dalla società degli uomini, Gerwig calca la mano sugli aspetti già presenti in origine, facendo della sua Jo una ragazza con cui non è sempre facile empatizzare. Jo e Laurie, se consideriamo i loro nomignoli, non sono connotati in base al sesso di appartenenza e dunque al fianco della protagonista la regista mette un attore dalla bellezza efebica, Timothée Chalamet, che non è il Laurie che conosciamo.

Jo March è indubbiamente la narratrice, la catalizzatrice della storia e la figura dominante, ma l'attenzione che il film le riserva mette in ombra gli altri personaggi, penalizzati in alcuni casi da discutibili scelte di casting (come Emma Watson nel ruolo di Meg). Nonostante le lodi unanimi per la protagonista, per noi è Florence Pugh - che di Amy non ha la grazia civettuola e a cui (chissà perché) la regista ha tolto le caratteristiche buffe e irritanti che rendevano lo sviluppo e la maturazione del suo personaggio più interessanti - a offrire l'interpretazione migliore. Sorvoliamo sulla scelta di offrire il ruolo dell'anziano e buffo professor Bhaer che nella finzione Jo finirà per sposare a un impacciatissimo Louis Garrel, che nella versione originale pur restando tedesco parla con evidente accento francese, e lodiamo invece (su tutte) l'interpretazione di una misurata, credibile e dolce Laura Dern nel ruolo della mamma, mentre Chris Cooper, irriconoscibile nella parte del nonno di Laurie, non ha l'imponenza e la severità fisica inscindibile dal personaggio la cui dolcezza si rivela a sorpresa nei libri. Meryl Streep è una zia March meno bisbetica di come la ricordavamo, un misto tra il personaggio del romanzo e la Contessa di Downton Abbey, che non ha sempre ragione ma non ha mai torto.

Greta Gerwig per il suo Piccole donne attinge (non sempre fedelmente) dai primi due romanzi e da Piccoli uomini, ma è chiaro che è altro che le interessa, come dimostrano le scene tra Jo e l'editore (il sempre ottimo Tracy Letts, che in Lady Bird era il padre). Soprattutto nel finale il film diventa una moderna riflessione sull'industria letteraria e cinematografica, che richiede anche ad una storia realistica sequel e fasulli happy ending per accontentare il pubblico. Probabilmente nella realtà sarà andata davvero così e magari oggi quel libro rilegato in marocchino rosso e con il titolo in lettere dorate è davvero antiquato e datato come "Il viaggio del pellegrino" del puritano John Bunyan che le ragazze March ricevono per Natale nel romanzo, ma lo “smascheramento” di Jo March che diventa la scaltra scrittrice Louisa May Alcott non ci ha convinto (e questo include tutta la parte finale, con la riscrittura del romantico inseguimento del professor Bhaer). Non solo è un cambiamento di tono e un passaggio troppo brusco rispetto al film che abbiamo creduto di vedere fino a quel punto, ma una storia come questa, per melensa che possa sembrare ad una sensibilità odierna, vive da un secolo e mezzo anche del suo mito e della sua realtà alternativa, per quanto falsa, e rivelarla come tale è una cattiveria nei confronti del pubblico.

Probabilmente il pubblico apprezzerà ugualmente, ma noi avremmo trovato più interessante e coraggiosa, da parte di una regista di talento come Greta Gerwig, la strada diretta di un un film biografico sulla vera Louisa May Alcott, rispetto a questa ambiziosa, patinata e poco equilibrata contaminazione.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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