PerdutaMente: la recensione del film documentario di Paolo Ruffini sul morbo di Alzheimer

08 febbraio 2022
3.5 di 5
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PerdutaMente è un film a quattro mani, diretto quindi da Paolo Ruffini insieme a Ivana Di Biase, che indaga una realtà scomoda: il morbo di Alzheimer. E’ un documentario onesto, sincero e importante che arriva in sala il 14,15 e 16 febbraio.

PerdutaMente: la recensione del film documentario di Paolo Ruffini sul morbo di Alzheimer

Quando il cinema di finzione proprio non ce la fa a rappresentare la realtà, perché la realtà è troppo ostile per stemperare la sua durezza con una leggerezza di racconto, dei personaggi inventati o uno humour magari nero, allora è giusto che intervenga il documentario, e questo perché il documentario è sì una forma di narrazione onesta e impietosa, ma nello stesso tempo permette a chi la sceglie di diventare una sorta di intermediario fra lo spettatore e i soggetti filmati, una specie di traghettatore che rende il viaggio esplorativo un po’ meno traumatico. In PerdutaMente, il nostro Caronte è Paolo Ruffini, che già con Up & Down aveva richiamato l’attenzione su un gruppo di individui meno fortunati di noi (perché affetti dalla Sindrome di Down) ma non necessariamente più infelici.

Questa volta invece, il pugno nello stomaco è assicurato, perché Paolino ha voluto parlare del morbo di Alzheimer, e lo ha fatto con l'umiltà e la dolcezza che gli sono proprie e che ben conosciamo. Il suo film, diretto con Ivana Di Biase, ricostruisce un lungo peregrinare per l'Italia in cerca di storie non solo di malati, ma anche di chi quei malati li assiste con devozione e dedizione, persone che non soffrono meno di chi perde pian piano la memoria perché portano anche loro, indirettamente, la croce dell'oblio.

Ruffini, sempre in punta di piedi, entra nelle case e nelle vite di mariti, mogli, madri, nipoti, e impara e ci dice che lo stato non aiuta abbastanza chi deve prendersi cura di una persona affetta da demenza o da Alzheimer. Mentre portava a termine il suo percorso di conoscenza, il regista ha capito, grazie a confidenze, lamenti accorati, strette di mano e abbracci, che se una cura non c’è, esiste però un modo per rallentare la malattia, o meglio un sentimento capace di ingannare un po' il tempo: l'amore. E l'amore è sia quello di chi assiste che quello che il malato restituisce a colui o colei che lo accudisce in forme a volte misteriose, incomprensibili. Percepirle è sempre più una sfida per chi è destinato a restare, perché il malato di Alzheimer è come un grattacielo in cui progressivamente si spengono le luci cominciando dai piani alti, che rappresentano la memoria breve, mentre i piani più bassi sono i ricordi più vecchi. E chi non rimane che con qualche fioca lucina vicino all'entrata è come se fosse un bambino di due anni. Alla fine il palazzo diventa buio e si muore. In realtà si muore prima: si muore quando arriva la diagnosi e si muore un po’ ogni giorno, e dopo è peggio perché la vita di chi all’improvviso si trova difronte giornate vuote sembra non avere più senso. 

Questa dolorosa trafila il film non la grida. Piuttosto la suggerisce, e ci porta in contesti dove c’è gioia accanto alla sofferenza, dove ci sono famiglie unite, dove esistono coppie che si sono volute bene per decenni e ci sono legami fortissimi, alla faccia degli haters, della crudeltà di Instagram, del classismo, dello snobismo, di ogni forma di intolleranza o indifferenza. E però non si rifugiano nella religione i "personaggi" di PerdutaMente, perché è difficile continuare a credere in un Dio buono quando ci si trova di fronte un mostro così feroce. E infatti Ruffini e la Di Biase trovano il coraggio di mostrare una donna che auspica all'eutanasia, e che spera in un "aiuto" in tal senso da parte dei propri familiari il giorno in cui perderà la consapevolezza di sé. E non è nemmeno nelle RSA la risposta, perché la solitudine accelera incredibilmente il decorso del morbo di Alzheimer.

Non c'è retorica in PerdutaMente, non ci troviamo di fronte a un film ricattatorio, e Paolo Ruffini è stato grande a prendere sulle proprie spalle la sofferenza di tutti coloro che ha incontrato, e che adesso lo considerano un amico. E’ bello che il cinema trovi ancora la strada per essere una forma d’arte sociale, e ci piace che a denunciare, a svegliarci dal torpore e scuoterci di dosso la polvere dell’egoismo sia un attore che per molti è sempre stato solo un comico. Per gli altri Paolo è un uomo dal cuore d'oro e un grande cinéphile. Non è perfetto il suo film documentario, non sempre le storie si legano agilmente le une alle altre, ma va bene che i confini siano sfumati quando si narra di qualcosa che svanisce. E va bene, come dicevamo prima, che il fil rouge sia la commozione e la partecipazione di Paolo, visto che per il malato di Alzheimer ciò che resta quasi fino alla fine è la memoria emotiva.

Alcune delle persone che PerdutaMente ci mostra oggi non ci sono più. E’ il film che le tiene in vita, ed è anche questa una delle virtù più prodigiose di un linguaggio che tanto amiamo: rendere eterno ciò che anche le menti sane prima o poi dimenticheranno. Il morbo di Alzheimer è ancora uno dei grandi rimossi del nostro tempo. La speranza è che PerdutaMente cambi in parte questo sgradevole e vigliacco stato di cose.

PerdutaMente
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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