Paura 3D - la recensione dell'horror dei fratelli Manetti

15 giugno 2012
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Va dato atto ai fratelli Manetti, al di là dei singoli risultati, di essere forse gli unici in Italia a perseguire una via personale al cinema di genere



Va dato atto ai fratelli Manetti, al di là dei singoli risultati, di essere forse gli unici in Italia a perseguire una via personale al cinema di genere, a scrivere sceneggiature i cui dialoghi non facciano accapponare la pelle, e a lavorare con gli attori in modo professionale. Neanche tre mesi dopo la frettolosa, piccola uscita di L'arrivo di Wang, eccoli tornare in sala (e stavolta con una distribuzione massiccia) con l'horror Paura 3D (ex L'ombra dell'orco e La stanza dell'orco).

Ammettiamo una certa parzialità che ci induce forse a essere più indulgenti con loro che almeno - a differenza di chi si limita a lamentare l'assenza di un cinema di genere in Italia - provano a farlo. Non sappiamo se i Manetti abbiano più santi in paradiso di altri filmmaker, di certo però sono in contatto con la base dei fan, il mondo degli appassionati di cui condividono entusiasmo e passioni. E si divertono a fare questo mestiere da onesti artigiani. I loro film sono sempre infarciti di cammei che passano inosservati ai più (qua c'è il critico e sceneggiatore Antonio Tentori che tiene una lezione al DAMS sul cinema di Mario Bava, ad esempio), e in essi è pari alla storia la colonna sonora, che coglie gli umori della strada e della scena musicale italiana cara ai più giovani: in Paura 3D si spazia dal rap al metal, alternati con i bei temi musicali di Pivio (per una volta senza De Scalzi). Questo non significa che i Manetti facciano film per pochi, ma certo il loro approccio barricadero al genere può allontanare molti.

Paura 3D è sicuramente un film più studiato dei precedenti, anche se ne condivide in parte i difetti: ad esempio il finale prolungato, in cui la serietà dell'approccio, fino ad allora mantenuta, cede alla tentazione dell'ironia e del grottesco. Senza rivelare troppo del plot, quello che differenzia Paura 3D da tanti prodotti analoghi americani, è la capacità degli autori di radicarlo nel vissuto del nostro paese, grazie al prologo in una Roma bastarda e cattiva con i più, città chiusa, che esclude i nostri protagonisti e li induce per reazione ad appropriarsi con l'inganno di quello che non possono avere.

Liberamente ispirata al sequestro e alla prigionia dell'austriaca Natascha Kampusch, la storia vede la collisione tra due mondi socialmente e culturalmente agli antipodi. Non si tratta di uno scontro di classe, ma dell'incontro tra due sofferenze, due forme di anomalia. A differenza dei ragazzi, il marchese Lanzi si è autoescluso nella sua gabbia dorata, in un rapporto perverso di cui è anch'esso prigioniero. Si ripete anche in questo film il tema claustrofobico caro ai Manetti, che ci regalano stavolta momenti di violenza non compiaciuta ma onestamente esibita, e, nonostante le premesse, fa capolino la misoginia di tanti film di genere (la vittima Sabrina e la ragazza che maltratta Simone sono due facce della stessa medaglia).

Ed è esibito anche il corpo di Sabrina, messo a confronto con quello puntigliosamente vestito del suo carceriere, che crea con la violenza un'intimità che non gli è concessa (se volessimo immaginare un background a quest'uomo, penseremmo a quello del personaggio di Terence Stamp in Il collezionista di William Wyler). In una lunga scena in primo piano, l'uomo rade il pube già depilato della ragazza: un'immagine forte, che rievoca nella mente quella di tutte le vittime e i carnefici della storia e che crea nello spettatore, se non sofferenza, sicuramente disagio. Bravi in questo senso gli attori a prestarsi al gioco, con un plauso particolare a Peppe Servillo, capace di mettere la sua fisicità e la sapienza nell'uso della voce al servizio di un personaggio non banale nella sua declinazione del male, un villain che si imprime nella memoria coi suoi manierismi e che produce quasi più inquietudine nelle vesti di eccentrico di altri tempi in apparenza innocuo, che in quelle di spietato esecutore della vendetta sui trasgressori delle sue regole. Di buon livello gli effetti speciali di Sergio Stivaletti, così come l'uso del 3D utilizzato per dare più profondità di campo all'azione e avvicinarci ad essa, più che sfruttato ai fini dello splatter.

Peccato, certo, per le ingenuità e l'accumulo di motivi e suggestioni: anche quella di mettere troppa carne al fuoco è una prerogativa dei Manetti. Pazienza se, nella cottura, qualche pezzo finisce per bruciarsi e lasciare un retrogusto amaro. E' questo forse che impedisce loro, pur possedendo tutti gli ingredienti giusti, di diventare dei grandi chef.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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