Old: la recensione del thriller di M. Night Shyamalan

21 luglio 2021
3.5 di 5
14

Il tempo passa troppo velocemente, nella spiaggia da sogno di un'isola tropicale in cui è ambientato Old, il thriller angosciante che conferma il ritorno in notevole spolvero di M. Night Shyamalan, con Gael Garcia Bernal e Vicky Krieps. La recensione di Mauro Donzelli.

Old: la recensione del thriller di M. Night Shyamalan

Il tempo passa, la carriera l’ha portato sulle montagne russe più volte, fra trionfi critici e al botteghino e tonfi brutali, ma M. Night Shyamalan non perde la sua anima fanciullesca, l’infantile divertimento con cui plasma le storie che racconta, che siano originali o adattate. Lo conferma tornando a giocare con il tempo (e la salute mentale) in questo nuovo film, Old, in bilico fra l’horror e il dramma familiare, in cui sicuramente la sorpresa, il twist, non solo finale, aggiunge della sapidità narrativa, ma come nei momenti belli della sua carriera c’è ben altro. Old è infatti un inquietante viaggio nel tempo, una summa concentrata delle angoscie legata alla crescita, all’invecchiare e al riuscire a metabolizzare entrambe le cose all’interno del contesto dell’amore più assoluto e puro che esista: quello fra un genitore e un figlio. 

Abbandona l’universo esteso dei suoi ultimi lavori, Split e Glass, che gli hanno ridato fama, rispetto e forse anche autostima dopo anni di oblio hollywoodiano, per adattare un fumetto francese di grande interesse, Sandcastle. Un castello di sabbia che sintetizza mirabilmente con un'immagine evocativa per tutti il bisogno di continuare, nonostante tutto quello che gli anni ci regalano o impongono in dote, a conservare l’anima di un fanciullo. Niente di rivoluzionario, ma Shyamalan ci tiene a non perdere la voglia di costruire castelli di sabbia, a intendere il cinema con la serietà, ma al tempo stesso la purezza del suo idolo, Steven Spielberg, il maestro di un cinema in miracoloso equilibrio fra spettacolo per il grande pubblico e riflessione autoriale. Shyamalan conferma in Old, fin dal titolo, come non sia vittima (più?) della sindrome di Peter Pan, che porta a vivere un’eterna vita da adolescente. Ormai si prende le responsabilità e gli impegni di un autore maturo, liberandosi di alcune sue ossessioni senza snaturarsi.

Come un altro suo idolo, Alfred Hitchcock, il regista nato in India ama apparire nei suoi film. Qui è presente con un piccolo ruolo, ed è significativo che sia proprio lui ad accompagnare (e riprendere dall’alto) i protagonisti di questa storia in una piccola spiaggia remota, un angolo di Paradiso molto lontano dalla zona di Philadelphia in cui ha ambientato quasi tutti i suoi film. Old sposta l’ambientazione del fumetto di Pierre Oscar Levy e Frederik Peters dalla costa mediterranea francese a una non precisata località tropicale. Una famiglia arriva in un villaggio dei sogni per godersi una vacanza di riposo, spingendosi con una navetta, insieme ad alcuni altri ospiti della struttura, fino a una spiaggia particolarmente bella, raggiungibile solo camminando fra alte rocce, dove si accorgono presto che il tempo scorre in maniera diversa dal normale, e iniziano a invecchiare molto velocemente.

Si innesca così, dopo il ritrovamento di un cadavere fra la sabbia, il libero adattamento di Shyamalan, che segue territori propri, affrontando tematiche a lui care come la follia, la malattia mentale, oltre ovviamente allo scorrere implacabile del tempo. Gael Garcia Bernal e Vicky Krieps sono la coppia protagonista. Insieme a loro Rufus Sewell, la sempre più convincente Thomasin McKenzie e un composito cast alle prese con un universo che risponde a regole sue, tanto che anche la loro recitazione è sottoposta a input sensoriali continui. Sembrano muoversi sott’acqua o nello spazio, i loro movimenti sono rallentati, creano una coreografia particolare con la macchina da presa. Spesso ripresi da vicino, fra momenti di quiete e di frenetico movimento, questi inediti naufraghi in una spiaggia oltre l’immaginabile sono marionette guidate da una mano invisibile, alle prese con un conto alla rovescia sempre più implacabile per mettersi in salvo. 

Shyamalan ogni tanto si regala qualche svolazzo di troppo, si fa prendere la mano nella costruzione dei suoi castelli di sabbia, dalla circolarità dei suoi movimenti che si fanno ossessivi come quelli di una vita accelerata. Ma si può perdonare la sua mai doma voglia di stupire, così come la passione per il colpo di scena, che qui rimane sotto controllo, efficace e sorprendente

Old è un coming of age, una storia di formazione accelerata, in cui non è il cinema con le sue ellissi e il montaggio a prendersi la libertà di condensare una vita, ma è l’universo sconvolgente di questa spiaggia a imporre al cinema di vivere una vita intera in un giorno. Un cambio di prospettiva che fa salire una notevole ansia nello spettatore, declinando in maniera inusuale e struggente il rapporto fra un genitore e un figlio, i sensi di colpa e le speranze. L’adolescenza diventa età adulta e la vecchiaia si impone, vittima implacabile e definitiva di un tempo che scorre con regole proprie. Chi protegge chi? Una vita che non permette ricordi, impone il qui e ora, proprio come un film al cinema. 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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