Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo: la recensione del film di Radu Jude

02 dicembre 2023
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Radu Jude l’ha fatto di nuovo. Dopo Sesso sfortunato o follie porno torna con un nuovo film che attacca frontalmente l'assurdità del mondo contemporaneo, adeguando il tono, ridicolizzando il Capitale, dilatando la forma film e l'idea del cinema. La recensione di Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo di Federico Gironi.

Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo: la recensione del film di Radu Jude

Radu Jude l’ha fatto di nuovo.
Dopo Sesso sfortunato o follie porno, il rumeno torna con un nuovo film che lascia stupefatti per il modo in cui affronta radicalmente le assurdità grottesche del nostro presente, per la voglia di prendere il cinema, la forma film, e di stiracchiarla da una parte e dall’altra per espanderla e modellarla in maniera nuova e personale, per la capacità di essere incisivo e politico mantenendo sempre un tono che flirta col paradosso, che abbraccia l’ironia, che non ha paura del comico.

Quel film lì era diviso in tre parti.
Qquesto Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo lo è in due. La prima, la più lunga, alterna bianco e nero e colore per raccontare la giornata di Angela, una giovane donna che lavora come assistente di produzione e che attraversa Bucarest in auto da una parte all’altra per provinare lavoratori rimasti menomati e invalidi a causa di incidenti sul lavoro. Lo scopo è quello di trovare il testimonial adatto per una campagna pubblicitaria che vuole promuovere la sicurezza, sul lavoro, ma il paradosso è che a finanziare e volere la campagna è la stessa multinazionale con sede in Austria con cui i lavoratori sono in causa dopo i loro incidenti.
Questa parte della giornata di Angela è quella che Jude gira in un bellissimo bianco e nero pieno di grana, mentre l’immagine diventa ultraditida, spietatamente digitale e a colori nei momenti in cui, con l’aiuto di un filtro, Angela si trasforma in nel suo alter ego virtuale, lo sboccato, volgare, gretto e misoginissimo Bóbita, una sorta di Andrew Tate rumeno: con questi video in cui provoca “alla Charlie Hebdo”, come dice lei, Angela sfoga le fatiche e le frustrazioni delle sue giornate.
A questa prima parte, in cui peraltro Jude inserta spesso e volentieri estratti di un film rumeno del 1981, Angela Goes On di Lucian Bratu, segue una seconda in cui, identificato il soggetto giusto per lo spot, Jude ne racconta le riprese, piazzando per una quarantina di minuti una camera fissa sullo sfortunato lavoratore e la sua famiglia nel mezzo del set di questa pubblicità.

Più ruvido e sfuggente, meno facilmente accessibile del film precedente, Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo è però ancora più spietato e provocatorio.
Arrabbiato e rassegnato al tempo stesso, Jude racconta l’assurdo del mondo partendo dal presupposto, chiaro fin dal titolo (tratto da un verso di Stanisław Jerzy Leć), che non sarà niente affatto facile porvi rimedio. Ammesso e non concesso che spazio di manovra per un rimedio esista ancora.
A citazioni esplicite e implicite di Alexander Kluge, Charles Baudelaire, Slavoj Žižek, Errol Morris, Thomas Bernhard, Salman Rushdie e Don DeLillo, solo per citarne alcuni, Jude affianca i reel più demenziali di Instagram e TikTok, e racconta di un Capitale che, oramai, ha divorato ogni cosa: ogni remora, ogni vergogna, ogni facciata e ogni pudore.
Quel che è rimasto è un campo di battaglia intriso di squallore e ridicolo, dove sopravvivere come meglio si può, lavorando 14 ore al giorno o finendo in sedia a rotelle, morendo lungo una strada anarchica e pericolosissima o facendo l’amore in macchina in quei dieci minuti di pausa che ci si può concedere, e chi se ne importa se sul vestito rimangono tracce di sperma, tanto con le paillettes non si vede niente.
Il Capitale, tanto, è ipocrita e indifferente. Si fa scarrozzare in auto e spende cifre folli per una cena, concedendosi per una manciata di minuti su Zoom, modellando la realtà a proprio piacimento, pubblicitariamente, rimuovendo ciò che gli è scomodo o inutile.

Nel mondo raccontato da Jude Goethe convive con Uwe Boll, Proust con i social network: e tutti sono oramai privi di senso, direzione, valore, tutti hanno lo stesso valore. Che è puramente simbolico, nominale, bidimensionale Nullo.
Il mondo raccontato da Jude è un luogo in cui, come esemplifica Angela, un attore porno perde l’erezione durante una scena e, per riconquistarla, si rivolge a PornHub, e non alla sua bellissima collega.
Il mondo, agli occhi di Jude, è un mosaico di tessere temporali confuse e mescolate, di pensieri e parole che si accavallano senza troppa consapevolezza, di contraddizioni palesi e altrettanto palesemente ignorate, o forse addirittura invisibili. Il cinema, secondo il rumeno, non può far altro che adeguarsi, perdendo i confini tradizionali del racconto, facendosi episodico, paradossale, multiforme.
Non aspettiamoci troppo, dalla fine del mondo: una risata ci seppellirà.
O forse, come in un verso di Kobayashi Issa che Jude fa apparire sui titoli di cosa scritti a mano, “Nel nostro mondo, camminiamo sopra l’inferno guardando i fiori”. Fiori che, nel mondo di Radu Jude, hanno il profumo della beffa.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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