Nomad: In The Footsteps Of Bruce Chatwin: recensione del film di Werner Herzog presentato alla Festa del Cinema di Roma

19 ottobre 2019
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Molto più di un film sullo scrittore inglese, o perfino sulla sua geografia interiore. Un film che parla della morte (e quindi della vita) e dello stesso regista.

Nomad: In The Footsteps Of Bruce Chatwin: recensione del film di Werner Herzog presentato alla Festa del Cinema di Roma

In comune avevano la passione per il viaggio, per le culture lontane, per quei luoghi e quei paesaggi del pianeta capaci di suscitare profonde emozioni e turbative con la loro essenzialità aliena. Entrambi erano convinti che il mondo si riveli realmente solo a coloro i quali lo percorrono a piedi. Non è strano che i destini e il peregrinare di Werner Herzog e di Bruce Chatwin fossero destinati a incrociarsi e incontrarsi, almeno per una manciata di anni: quella che va da quando i due si imbatterono l'uno nell'altro in Australia nel 1983, fino a quando l'inglese morì di AIDS nel 1989, a soli 49 anni.
Erano, per dirla con Herzog, spiriti affini. Ed è in nome di questa affinità che il regista ha accettato di dirigere questo film che, nel trentennale della sua morte, è un omaggio alla memoria dell'amico, e dell'uomo che ha ispirato generazioni di viaggiatori con libri come "In Patagonia" o "Le vie dei canti".

Da Herzog, però, non ci si poteva aspettare che il suo su Chatwin fosse un film tradizionale, un normale documentario biografico in cui si riassume la vita e l'opera dello scrittore, mescolata agli aneddoti sulla loro conoscenza e la loro amicizia. E difatti Nomad. In The Footsteps Of Bruce Chatwin è qualcosa di molto più ampio e complesso.
Tornando in luoghi che sono stati simbolo del viaggiare e vivere di Chatwin, dalla Patagonia al Ghana, dal Galles all'Australia, e incontrando persone che hanno incrociato la sua strada, Herzog non traccia semplicemente una geografia fisica e esistenziale di Chatwin, ma ne evoca quella interiore, spirituale e forse perfino mistica.

Dice Herzog all'inizio del suo film che quello che Chatwin scriveva andava oltre la realtà, e coglieva qualcosa di psichico, e che i suoi viaggi erano prima di tutto viaggi dell'anima e della mente.
Col suo film vuole fare la stessa cosa, perché è quello che anche lui ha sempre fatto col suo cinema, e perché per lui e Chatwin il camminare che rivela la vera essenza del mondo è anche il girare, in un caso, lo scrivere nell'altro.
Eppure, ecco che Nomad. In the footsteps of Bruce Chatwin riesce a travalicare perfino questa sua natura più profonda, per spingersi ancora oltre. Nei tanti passaggi che raccontano gli ultimi momenti della vita dello scrittore, quando già era gravemente malato, così in quelli in cui il regista rievoca alcuni dei tanti momenti in cui sui suoi set le cose si sono fatte difficili e potenzialmente letali, ecco che il film sembra quasi fare della morte (e, quindi, del viaggio della vita) il suo tema centrale.

Viene letto, nel film, quanto scritto da Chatwin dopo essere stato sul set di Cobra verde con Herzog. Definisce il regista un coacervo di contraddizioni, un uomo che "non pare adatto a sopportare le tensioni della vita quotidiana, ma che è perfettamente tranquillo e funzionale in condizioni estreme." Definizione già di per sé meravigliosa.
Poco dopo, ricordando gli ultimi giorni di vita dell'amico, Werner Herzog, l'uomo che ha sfidato la Natura e la follia umana, domando entrambe, svela alla sua stessa macchina da presa una commozione che non riesce a trattenere. La morte, per quanto prematura, non è una condizione estrema; è purtroppo assai più vicina alle tensioni del quotidiano. E perfino l'emblema del gigantismo umano come Herzog è costretto a piegare la testa, e ad aprire il suo cuore e le sue lacrime. Facendo di Nomad. In the footsteps of Bruce Chatwin  anche un film su di sé.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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