Mothering Sunday: la recensione del dramma di Eva Husson

18 ottobre 2021
2.5 di 5

Una scrittrice rievoca i suoi anni giovanili, negli anni '20, quando era a servizio di una nobile famiglia nella campagna inglese. Il racconto di un giorno che cambia la sua vita per sempre. Adattamento del romanzo Un giorno di festa di Graham Swift, diretto da Eva Husson. La recensione di Mauro Donzelli.

Mothering Sunday: la recensione del dramma di Eva Husson

Una giornata cambia tutto, nella vita della giovane Jane. A servizio per una coppia della nobiltà di campagna britannica, negli anni ’20, la ragazza rievoca ormai anziana le ore insolitamente assolate di quella domenica, in cui le viene concessa una giornata di libertà, per andare a trovare la famiglia e festeggiare la festa della mamma. Solo che lei una famiglia non ce l’ha, perché è orfana, cresciuta in un Instituto.

I Niven sono una famiglia cortese e distrutta dal dolore, per la morte dei figli durante la Prima guerra mondiale. È tutto l’ordine sociale britannico ad essere in ginocchio, travolto dallo sconvolgimento del conflitto, giunto a dare il colpo finale dopo i danni della modernità. I Niven si appigliano ai rituali vuoti di un mondo in via d’estinzione, cercando conforto, sempre secondo i canoni algidi della frigidità comunitiva ed emozionale con cui sono stati educati. Tanto che quella domenica sarebbe dovuto essere un giorno di sollievo e conviviale, a pranzo da un’altra famiglia nella loro stessa situazione: parte della nobiltà e devastata dai lutti, ma con un figlio rimasto in vita, Paul, l’ultimo, fidanzato e prossimo sposo della bella Emma.

I Niven traggono energia vitale da questo evento imminente, come se Paul fosse figlio loro. Un matrimonio necessario per mantenere ancora precariamente in equilibrio un universo intero, come un cavallo che si ostina a muoversi anche con una sola zampa. Ma Paul quel giorno arriva in ritardo al pranzo, si incontra nella casa svuotata dall’evento proprio con Jane, con cui ha una relazione.

Mothering Sunday è l’adattamento di un romanzo di Graham Swift, tradotto in italiano nel 2016 come Un giorno di festa,. A dirigerlo la francese Eva Husson, all’esordio in lingua inglese, che sembra ossessionata dall’attualizzazione all’oggi di una vicenda molto radicata nei non certo roaring twenties del nord rurale dell’inghilterra. La sceneggiatura molto serrata di Alice Birch - suo l’adattamento di Normal People - insiste in una frammentazione narrativa che porta a una decostruzione ossessiva di quella giornata, mettendo in primo piano più l’esibizione di uno stile che la profondità dei personaggi. In questo senso si muove in perfetto accordo con la messa in scena della Husson, al solito sempre addosso ai volti e ai corpi, spesso nudi in superficie, molto meno nella loro anima, nonostante la tragedia che ne devasta le vite, ma lascia lo spettatore freddo e distratto da un esibizionismo registico sterile.

L’estetizzazione del dramma in costume non porta a un superamento di una dinamica mille volte vista al cinema, oltre che in letteratura e più recentemente nelle serie televisive. Né aiutano per rendere contemporanea questa storia alcune scelte diverse rispetto al libro, che finiscono per generare improbabili dinamiche. Una storia sul tramonto di un’epoca che crea una scintilla capace di innescare in Jane una vocazione, quella per la scrittura e per la creazione di tanti mondi di finzione.

Solita maestria, invece, quella dimostrata da Colin Firth e Olivia Colman nell’interpretare i Niven. Tanto che ne vorremmo di più, che fosse il loro tramonto doloroso in primo piano, decisamente più interessante dell'alba di una nuova generazione.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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