Military Wives - la recensione del film con Kristin Scott Thomas presentato alla Festa del cinema

20 ottobre 2019

Peter Cattaneo, il regista di Full Monty, partendo da una storia vera confeziona un altro accattivante film per il pubblico, tra umorismo, commozione e patriottismo britannico. Da noi uscirà in sala il 12 marzo 2020.

Military Wives - la recensione del film con Kristin Scott Thomas presentato alla Festa del cinema

Ventidue anni dopo l'enorme successo di Full Monty, in cui un gruppo di uomini disoccupati si improvvisavano improbabili spogliarellisti, il regista Peter Cattaneo ci riprova con quello che lo stesso pressbook definisce sinceramente “a feel good crowd pleaser”, cioè uno di quei tipici prodotti ben confezionati con le giuste dosi di umorismo, commozione e sentimenti in cui gli inglesi sono assoluti maestri, tanto che vedendo Military Wives e pur apprezzandone la regia e le interpretazioni, l'impressione è quella di una struttura immediatamente riconoscibile e usata molte volte (l'impresa di un gruppo di persone per qualche motivo svantaggiate e male assortite) a cui un pizzico di coraggio e originalità in più non avrebbe guastato. Ma non era questo l'intento delle autrici del copione, Rosanne Flynn e Rachel Tunnard, che hanno scelto di partire da una storia vera per farne un simbolo universale, e pazienza se la retorica e il didascalismo di una costruzione senza sorprese annoieranno i critici: il grande pubblico, come il film ha già dimostrato alle sue prime proiezioni, probabilmente lo amerà.

In sintesi, Military Wives racconta la spontanea formazione del primo coro composto da mogli di soldati britannici in missione all'estero (oggi, come vediamo sui titoli di coda, ce ne sono moltissimi nelle varie basi militari, e uno è anche a Napoli) e nel far questo offre un interessante spaccato su un mondo poco conosciuto che viene in parte esplorato dal film. Le famiglie dei militari di professione, infatti, vivono nelle basi a cui vengono destinati, spesso vengono spostate e hanno poco tempo per stringere legami e abitudini a parte la cura dei figli, quando i loro uomini vanno in guerra. La loro identità, come evidenzia il titolo, è legata a quella dei mariti, sono mogli, e vivono in funzione dei loro uomini (o donne: il film in questo mostra chiaramente che l'esercito è una grande famiglia inclusiva, senza pregiudizi razziali e sessuali).

Quando, nel 2011 i militari inglesi partono per una nuova e pericolosa missione in Afghanistan, lasciano ancora una volta le mogli a tenere il fronte domestico. Quello che è ben raccontato nel film è proprio questa vita vissuta nell'attesa e nella preoccupazione che qualcuno suoni alla tua porta per portarti una brutta notizia e si capisce la necessità di organizzare attività che aiutino a passare il tempo e a non pensare al peggio, di formare una comunità che in questi sei mesi possa dare una parvenza di vita normale a queste donne di diverse età, che vivono in totale isolamento dal resto del mondo, tanto da restare sopraffatte dai rumori di un mercato cittadino, scelto come infelice sede di una loro esibizione. A tratti, come nella sequenza dell'escursione, sembrano bambine in gita scolastica, e non c'è dubbio che la loro condizione, seppur scelta per amore, abbia ben poco di invidiabile, tanto che (anche se l'argomento è appena accennato), la compagnia dell'alcol può essere la benvenuta.

A dare il via all'azione sono due di queste mogli, Kate, sposata a un colonnello, che ha perso un figlio in missione, ha scelto di non parlarne e non piangerlo e si è costruita una scorza dura e controllata, e Lisa, il cui marito è un sergente maggiore di colore, con una figlia adolescente, e che è caotica, arrabbiata ed emotiva almeno quanto Kate è in apparenza calma. Dopo un iniziale conflitto, l'idea che sembra unirle è quella di formare un coro, e dal confronto tra i due caratteri e le due leadership scaturiscono i momenti più divertenti del film, grazie soprattutto alle bravissime protagoniste: se da un'attrice esperta e di provata bravura come Kristin Scott Thomas non ci aspettavamo niente di meno che una performance perfetta, a colpirci è stata soprattutto Sharon Horgan, famosa soprattutto per i ruoli comici in tv, che non solo le tiene testa ma in alcuni momenti risulta perfino più vera.

Il resto lo fa la musica. Come in tutte le storie che vedono la partenza più improbabile e casalinga di un gruppo male assortito di persone, che decide di fare qualcosa di più grande di ognuna di loro unendo le forze contro tutto e tutti, alla fine le mogli si esibiscono con una loro canzone alla Royal Albert Hall per il Remembrance Day, nato in Gran Bretagna per celebrare la fine della prima guerra mondiale (e in seguito delle altre) e onorare i soldati caduti in battaglia (nel solo Afghanistan hanno perso la vita più di 450 militari inglesi, il che spiega anche il loro forte coinvolgimento patriottico). Ma, ovviamente, per arrivarci ci vuole una serie di prove e tentativi che è la parte più divertente del film e quella con cui Cattaneo si trova più a suo agio: le canzoni – scelte anche per il significato delle parole, che non arriverà al pubblico non anglofono - appartengono soprattutto al pop anni Ottanta, la musica più ascoltata dalle protagoniste per motivi generazionali, e non manca (come avrebbe potuto?) We Are Family delle Sister Sledge.

Oggi, i cori delle mogli dei militari sono un fenomeno così popolare in Gran Bretagna da esser protagonisti di una miniserie tv e avere siti e canali a loro dedicati. Forse questo aspetto da noi interessa meno, ma Military Wives può piacere al pubblico a cui è diretto, cioè a chi vuol vedere un film ben confezionato e ben recitato, dove si ride, ci si commuove, si canta sottovoce con le protagoniste e, soprattutto si capisce dove tutto andrà a parare.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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