Marriage Story: la recensione del film Netflix con Scarlett Johansson e Adam Driver in concorso al Festival di Venezia 2019

29 agosto 2019
3.5 di 5
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Il divorzio secondo Noah Baumbach.

Marriage Story: la recensione del film Netflix con Scarlett Johansson e Adam Driver in concorso al Festival di Venezia 2019

Proprio quanto ti sembra che si stia spingendo troppo oltre - che stia giocando troppo con la commedia, o stia per diventare troppo melodrammatico, o quando la rabbia che s’impadronisce dei suoi protagonisti si possa trasformare in violenza eccessiva - ecco che Noah Baumbach si rivela capace della battuta d’arresto improvvisa, dello scarto laterale che modifica il tono. Di evitare la goccia che farebbe traboccare il proverbiale vaso.
E per questo - oltre che per la scrittura e la regia nel loro complesso, e la bravura dei suoi attori - Marriage Story risulta ancora più efficace, quasi devastante, in quei due o tre momenti dove invece spinge forte e senza trattanersi su un’emotività che si traduce inevitabilmente in commozione.

Il trauma del divorzio Noah Baumbach l’ha vissuto sulla sua pelle, e si vede. Si sente. Dalle parole che vengono pronunciate, le situazioni che vengono evocate. Dalla sicurezza mai proterva o arrogante col quale gestisce il racconto e manipola - positivamente - le emozioni dei suoi personaggi e dei suoi spettatori.
L’approccio è scarno, pulito e rigoroso. Quasi naturalista. Teatrale nel migliore dei modi possibili, e che Charlie e Nicole siano stati uniti proprio dal palcoscenico, non è forse un caso.
La macchina da presa si limita all’essenziale (tanto che, pure quando si concede i piani sequenza, quasi non te ne accorgi) e sta addosso alle due metà di un intero che non è più tale, e che devono imparare a riconoscersi, ricollocarsi e reincontrarsi passando attraverso una fase fatta di paure, spaesamenti, guerre, recriminazioni e un mare di dolore. Difficile, difficilissimo. Specie quando - e perché - c’è di mezzo un bambino.

Il percorso è paradigmatico: la separazione quasi amichevole che diventa un divorzio complicato dalla rapacità degli avvocati, e dalla paura di perdere un figlio e molto altro, e poi la risoluzione, pur complicata, della vicenda. Dentro e lungo quel percorso, Baumbach è in grado di cristallizzare con precisione scientifica la complessità di quella cosa misteriosa che chiamiamo “amore”, di quell’organismo oscuro e multiforme definito “coppia” o “famiglia”, e della imprescindibile centralità che occupano nello spazio della nostra esistenza. Di cogliere e rappresentare la sostanza ultima delle cose, dei gesti e delle parole, senza mai banalizzarli.
Quella sostanza che sta tutta in un cuore che batte, per rabbia, dolore o per amore. Che significa essere vivi.
Being Alive, come canterà Adam Driver.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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