Maraviglioso Boccaccio - la recensione del film dei fratelli Taviani

24 febbraio 2015
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I registi toscani prendono spunto del Decamerone per una riflessione sui tempi in cui viviamo.

Maraviglioso Boccaccio - la recensione del film dei fratelli Taviani

L'amor che move il sole e l'altre stelle - che non è, in questo caso, quello infinito di Dio come lo intendeva Dante ma l'attrazione naturale tra esseri umani - sembra il motore primo del Decamerone secondo i fratelli Taviani. Niente a che vedere con l'adattamento fatto da Pasolini (10 novelle, prevalentemente a sfondo erotico e trasferite a Napoli) o con i suoi pruriginosi e infelici derivati.

C'è poca carnalità ma molto sentimento nella versione dei fratelli samminiatesi, che scelgono una piccola porzione del libro – 5 novelle - ma presentano per la prima volta e in modo estremamente efficace il prologo, ovvero la peste del 1348 a Firenze coi suoi terribili lutti, che induce 7 ragazze e 3 ragazzi a rifugiarsi in una casa in campagna per una sospensione del tempo mortale che occuperanno raccontando una novella a testa al giorno, per un totale di cento storie.

Ed è proprio la cornice quella che più interessa ai Taviani: la peste è efficace metafora di tutto quello che oggi ci sconvolge e ci rende infelici, del male multiforme dalle tante incarnazioni che ci sembra di non essere in grado di affrontare e sconfiggere. Tocca ai giovani, che sono le vittime principali di questa epidemia, rivolgersi all'arte per combattere la propria battaglia, cercando di contrapporre alla morte e all'odio il potere della fantasia e, come si diceva, dell'amore. Alla studiata ma banale coreografia contemporanea della morte con i boia vestiti di nero, le vittime di arancione e il mare che si tinge del rosso del sangue, i Taviani contrappongono i colori accesi delle vesti delle ragazze e la tavolozza di vita dello splendido e immutato incanto del passaggio delle stagioni nella campagna toscana.

Non si fanno - giustamente - scrupolo di rimaneggiare il testo per adattarlo ai loro intenti, fin dalla novella di Catalina, la donna lasciata come morta dal marito Niccoluccio succube della madre, “resuscitata” da Gentile e – nell'originale – restituita infine al legittimo “proprietario”. I Taviani lasciano a lei la scelta, come è giusto e coerente con un'opera protofemminista, dedicata da Boccaccio alle donne che sono il fulcro dell'azione. E nella storia di Calandrino e delle pietre dell'invisibilità, complice la bella e istintuale performance di Kim Rossi Stuart, accentuano il carattere quasi diabolico e la violenza di un personaggio che più che stupido è ignorante e picchia la moglie perché osa saperne più di lui.

Gli autori trattano anche l'unica novella inclusa nel film di Pasolini, quella della suora e della badessa accomunate dal peccato della carne, che resta forse il frammento meno riuscito del film, anche per la sua estrema brevità. C'è un po' di disparità di trattamento tra le varie novelle: alcune vengono approfondite e rappresentate con grande cura mentre altre sono appena accennate e non sempre i passaggi tra fantasia e reale sono ben risolti. Ma è comunque un bel film questo Maraviglioso Boccaccio che ci ha ricordato a tratti visivamente La notte di San Lorenzo, con un senso del bello che permea ogni fotogramma: dai volti splendidi delle attrici valorizzati in ogni particolare al paesaggio al pari protagonista che dà vita a presaghe apparizioni come l'albero le cui radici sembrano improvvisamente coprirsi di sangue, fino alle musiche di Rossini, Puccini e Verdi che si sposano in modo perfetto alle immagini, nella loro magica atemporalità .

E' un film dove gli attori – scelti anche per ruoli in cui non ce li aspetteremmo - sono ben diretti ed efficaci ed è anche un lascito di speranza per le prossime generazioni, un'opera che affascina e al tempo stesso fa discutere. Perché, come accade con tutti i grandi autori, non c'è un solo Boccaccio ma tanti possibili e questo, prendere o lasciare, è quello di Paolo e Vittorio Taviani. E se ci permettiamo di muovere qualche critica a questi due autori ultraottentanni che tutto sono fuorché senili, in fondo è colpa loro: ci hanno viziato al punto che da loro ci aspettiamo sempre qualcosa in più che da tutti gli altri.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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