Manchester by the Sea: recensione del film con Casey Affleck e Michelle Williams vincitore di due premi Oscar 2017

14 ottobre 2016
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Un dramma misurato e commovente, scritto e diretto da Kenneth Lonergan.

Manchester by the Sea: recensione del film con Casey Affleck e Michelle Williams vincitore di due premi Oscar 2017

Ci ha messo poco, Manchester by the Sea, a conquistarmi. Perché quando mi fai vedere quei piccoli villaggi costieri del nord-est statunitense, con le casette colorate dai tetti spioventi che pare la Norvegia, con le isolette, i fari, le barche dei pescatori e i garriti dei gabbiani, con me già trovi la porta aperta.
E perché per i personaggi come quello di Casey Affleck - che vedi attraversare silenziosamente giornate fatte di lavori manuali, oblio e solitudine, scarponi da lavoro e giacconi Carhartt addosso e il buio negli occhi, con quei silenzi e quella solitudine che lo sai da subito stanno lì perché solo così spegni l'incendio di un dolore troppo grande per funzionare come una persona normale - ho un certo debole.

Tutto questo, però, per quanto utile alla buona predisposizione del sottoscritto (e, quindi, squisitamente soggettivo) non è certo il motivo principale per il quale il film di Kenneth Lonergan è l'opera capace di rimanerti addosso che è.
Manchester by the Sea è un dramma che ti dice cose terribili ma non te le urla in faccia: te le sussurra piano, con lo sguardo basso, la testa voltata dall'altra parte, perché fanno male, perché sono così private e fragili da richiedere di essere trattate con i guanti , anche se viviamo nell'epoca dove tutto invece è solitamente gridato ai quattro venti dei social o della televisione, scagliato addosso al muro che divide indifferenza e indignazione.
È un film che si prende il suo tempo, il lusso di un ritmo disteso e felpato, perché non si corre nei corridoi del cuore, o a un funerale, ma che non per questo ti chiede un secondo di più di quello che è strettamente necessario a dirti l'essenziale, lasciando che siano il tuo cervello e la tua pancia a metterci in mezzo tutte le implicazioni e le riflessioni del caso.
È un film che sa di essere un film, e non un episodio della famiglia Bradford, e che quindi sa chiudere senza risolvere proprio tutto, senza catarsi liberatorie e consolatorie, ma non per questo indugiando sadicamente nell'impossibilità di girare una pagina o di ricominciare ad amare. Quel che è possibile risolvere, si risolve, per il resto ci sono ferite che per guarire hanno bisogno ben più del tempo di un film, e che è giusto rimangano sole a cicatrizzare per bene, lasciando che chi guarda porti qualcosa a casa con sé che non si volatilizza con l'accendersi delle luci in sala.

Poi certo, le location aiutano, ma non sono altro che il riflesso fisico di quella voglia di prendere le cose col tempo giusto, al momento giusto, e col silenzio e le parole giuste per raccontare una storia nel modo migliore. Senza sentimentalismi, senza ammiccare ai fazzoletti nelle tasche degli spettatori, che non c'è bisogno: se devono uscire, usciranno da soli, non certo a comando del regista.
Aiuta anche Casey Affleck, ovvio, che è quasi sfacciato nel far capire come il talento da dividersi tra due fratelli sia finito a uno solo, che si aggira intontito ma funzionale, che come guarda lui il nipote che - nonostante il lutto -  fa incredibili magheggi per portarsi a letto non una ma due compagne di classe, non lo guarda nessuno: nemmeno suo padre, se fosse vivo. Che come balbetta e scappa lui di fronte alle lacrime di quella che era la madre dei suoi figli, nemmeno noi, che in quel momento vorremmo andare a nasconderci da quanto fa male, e da quando (non) sono affari nostri.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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