Maledimiele - la recensione del film

18 aprile 2012

Un burattino in carne e ossa. Un burattino come tutti, così si definisce Sara, un'adolescente milanese, integrata, bella e proveniente da una famiglia alto borghese e di cultura. Sara è apparentemente una ragazza come tutte le altre



"Un burattino in carne e ossa. Un burattino come tutti", così si definisce Sara, un'adolescente milanese, integrata, bella e proveniente da una famiglia alto borghese e di cultura. Sara è apparentemente una ragazza come tutte le altre, dice di non avere nessun problema, vuole semplicemente essere perfetta.
Solo che il suo ideale di perfezione consiste nel pesare 38 chili. Per raggiungere questo traguardo Sara deambula dal frigo al bagno, prosciugando frigo e dispensa con l’abilità di una ladra, senza mai lasciare traccia, ricomperando al supermercato tutto il cibo divorato e poi vomitato, voracemente, come se riempire e svuotarsi fosse un antidoto al suo malessere che lei stessa non riconosce. Vomita l’anima, vomita sé stessa e il mondo che la circonda e che le fa schifo.
I primi incontri amorosi, le care amiche, i voti a scuola, i genitori poco presenti (in primis a sé stessi)… tutto è inafferrabile e le scivola addosso senza un senso preciso. In lotta contro il suo corpo alterna ascetismo culinario a orge alimentari, corre e nuota fino allo svenimento, scandendo il suo vuoto con i numeri di una bilancia nemica.
Man mano che la sua anoressia degenera Sara vive una doppia vita, quella della brava ragazza che tutti si aspettano sia e quella del mostro che nasconde e la divora, ma che la salva allo stesso tempo dalla finzione di una società in cui la ragazza non si riconosce, nella quale non riesce e non vuole integrarsi. Perché la sua malattia almeno la rende autentica. E’ questa la forza di Maledimiele, secondo film di Marco Pozzi, regista del gruppo “Ipotesi Cinema" coordinato da Ermanno Olmi, ma anche documentarista (Senza tregua) e ricercatore universitario.
Il suo è un film che penetra, esplora e visualizza i meandri psichici e infernali non solo di una malattia, ma di un’intera società, vista attraverso gli occhi di un’adolescente che con (e contro) il suo corpo conduce una solitaria e silenziosa rivolta. Un po’ come le adolescenti di 17 ragazze, opera prima delle registe francesi Coulin, dove le eroine usano il loro corpo come forma di ribellione contro il mondo degli adulti decidendo di rimanere incinte nell’arco di poche settimane per crescere i propri figli in una sorta di comune, proponendo così un modello di società alternativo. Solo che qui siamo in Italia dove i modelli di riferimento, soprattutto quelli televisivi, stanno inesorabilmente cancellando l’identità delle donne (ridotte a carne da macello, gesti omologati e misure soprattutto perfette) e dove il problema dell’anoressia causa maggiore mortalità tra i giovani delle stragi del sabato sera. Non a caso il teatro delle riprese sono i paesaggi urbani post-moderni di una Milano che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la città della moda, delle televisioni e delle pubblicità. La macchina da presa di Marco Pozzi, indaga, lenta e minimale, quest’ universo attraverso gli occhi di Sara, interpretata dall’ intensa Benedetta Gargari, giovane attrice (La Finestra di Fronte, Saturno Contro) quasi sempre efficace nella resa di un personaggio che porta su di sé il peso dell’intera pellicola. Immagini fisse, pochi movimenti di macchina per un linguaggio sobrio ed essenziale, con una fotografia accurata (Alessio Viola) dove i frequenti primi piani isolano i personaggi dal contesto (Sara guarda più di una volta in macchina) e sprofondano la storia sull’esclusiva ossessione del cibo. Pozzi allude, si insinua, per alleggerire svincola nel surreale e innesta ricordi di infanzia. Non ci sono scandali nel film, né voyerismo gratuito, il dolore muto e la magrezza di un corpo che si lascia morire non sono mai portati all’estremo (come avviene invece in Primo amore di Garrone).

Maledimiele mette in campo la difficoltà di comunicare all’interno della famiglia borghese e un vuoto esistenziale che nemmeno la protagonista riesce a capire, né tantomeno le amiche e i genitori (Sonia Bergamasco e un Gianmarco Tognazzi qui glaciale e spogliato di ogni orpello per rappresentare il paradosso di un padre, medico oculista, che non riesce a “vedere” la figlia). Un prezioso film indipendente sull'inquietudine dell'adolescenza e il problema dell’anoressia, che ci propone una riflessione sociologica sulle cause di questa malattia e sulle responsabilità della famiglia.



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