Maestro: recensione del documentario sulla musica nascosta dei campi di concentramento

19 gennaio 2017
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il regista argentino racconta la mirabile impresa di Francesco Lotoro, cacciatore di partiture scritte nei campi di sterminio.

Maestro: recensione del documentario sulla musica nascosta dei campi di concentramento

Piccole note rotonde e panciute vergate su pentagrammi di fortuna con l’inchiostro o più spesso con il carboncino; partiture scritte di getto e nascoste scrupolosamente; suite e sinfonie composte nelle stanze della tortura per non contemplare l’orrore; canzoni della disperazione cantate silenziosamente e impresse in maniera indelebile nella mente. In altre parole, musica: quella inventata da ebrei, zingari e prigionieri politici internati nei campi di sterminio durante la Seconda Guerra Mondiale per rispondere, con malinconica dolcezza, all’amarezza di una non vita e per resistere, attraverso l’esercizio della libertà creativa, al carcere della morte e dell’annientamento della dignità umana.

Che siffatto patrimonio artistico esistesse lo immaginavamo, ma senza il miracoloso operato del pianista Francesco Lotoro, fondatore dell’Orchestra di Musica Concentrazionaria, probabilmente non sarebbe mai arrivato fino a noi, sospinto oltre le cortine di un eterno presente che ci rende dimentichi della nostra storia anche dal documentario Maestro di Alexandre Valenti, che questa miracolosa avventura ce la racconta con semplicità e umanità.

Al di là dell’importanza del film, che è uno dei tanti che La Giornata della Memoria "edizione del 2017" impone alla nostra attenzione, la testimonianza del regista argentino - che ci piace definire "un road movie della memoria" - è bella e coinvolgente perché è il ritratto di un uomo guidato sì da un dovere (che ha molto a che fare con la sua conversione all’ebraismo), ma animato soprattutto da sentimenti fortissimi a cui non è mai riuscito a non abbandonarsi con immenso struggimento. "Signore, insegnami a controllare le emozioni", dice a metà doc l’eroe di Barletta, che gira l’Europa e risolve enigmi proprio come Sherlock Holmes. Attraverso i suoi occhi sgranati per la meraviglia e per l’entusiasmo di affrontare continue sfide possiamo rivolgere uno sguardo nuovo ai tanti ex prigionieri di Auschwitz, Mathausen o Terezìn, perché aldilà dei numeri segnati indelebilmente sulle braccia, intuiamo caparbietà e dolcezza, forza e urgenza.

Non che Valenti cerchi la facile commozione. No, fra le immagini di repertorio con montagne di cadaveri e corpi emaciati su cui stanno appese le divise a righe, l’attenzione è rivolta piuttosto all’intelligenza e alla voglia di sfuggire all’oblio dei tanti musicisti così come alle varie tappe di cui si compone la missione del cacciatore di concerti: le segnalazioni, il viaggio spesso con un budget ridotto, gli incontri, l’archiviazione, la ricostruzione, l’esecuzione, la restituzione dell’opera d’arte in tutta la sua bellezza a chi per primo l’ha concepita. Il tutto in una lotta strenua contro il tempo, che d’improvviso, passando, arresta i cuori di uomini e donne che hanno più di 100 anni, come la vivace Wally Loewenthal Kraveno, un tempo ragazza carina da morire dagli occhi azzurro-viola che non ha avuto la possibilità di sentire il suo concertino op. 28 per pianoforte.

Scapigliato e tenero nel suo goffo accento francese e inglese, Francesco Lotoro guida 75 minuti di film come un valoroso condottiero, li cavalca alternando la sua vicenda personale ai ricordi di nipoti di e figli di, figli che vogliono tramandare e figli che vogliono dimenticare, perché il passato sovente è un macigno troppo pesante perfino per Atlante. L'impresa è appassionante e ci restituisce personaggi (anzi, persone) di cui vorremo sapere di più. 

Rispettoso delle esistenze che racconta e del messaggio che reca con sé, Maestro ha reso più facile e più economicamente sostenibile il lavoro di Lotoro, che forse potrà concludere prima del previsto la sua Enciclopedia di Musica Concentrazionaria e trovare una casa, o una citttadella per tutti gli spartiti. Conoscere e parlare del suo operato dovrebbe essere un must per ognuno di noi, perché senza la memoria non siamo nulla. E allora il nostro consiglio è di andare al cinema a vedere questo documentario, e di prendete ispirazione dalle difficoltà per inventare, magari per scrivere un’intera Biblioteca di Allessandria, che forse un lontano domani qualcuno saprà con solerzia riportare in vita.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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