Luca, la Pixar parla italiano e commuove ancora: la nostra recensione

16 giugno 2021
4.5 di 5
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Enrico Casarosa esordisce nel lungometraggio con Luca: il film animato si inserisce perfettamente tra le opere migliori della Pixar. Ecco la nostra recensione.

Luca, la Pixar parla italiano e commuove ancora: la nostra recensione

Cinque Terre, Italia. Nelle acque dell'immaginaria Portorosso il giovane mostro marino Luca obbedisce ai genitori, che gli impediscono di provare troppa curiosità per il mondo degli umani là fuori. Obbedisce finché l'amico Alberto non gli mostra che non c'è pericolo nell'uscire in superficie, specie perché - posto che l'acqua non li tocchi - i due acquistano sembianze umane all'aria aperta. Li aspetta un'estate indimenticabile, aiutando la bambina Giulia a vincere un rocambolesco triathlon contro un arrogante bulletto di nome Enrico. Il sogno? Vincere i soldi per comprare un'affascinante chimera umana: la Vespa!

Dopo aver sfiorato l'Oscar dieci anni fa con il suo cortometraggio La Luna, lo story artist Enrico Casarosa ha avuto la sua chance per mettersi alle redini di un lungometraggio tutto suo, incontrando una forma mentis che ultimamente sta rendendo le opere Pixar se possibile ancora più preziose di prima. Ogni soggetto nasce da radici autobiografiche profonde di ogni autore, filtrate, corrette e rese più universali dal confronto con una miriade dei più talentuosi e creativi collaboratori in circolazione. Luca è un piccolo miracolo da diversi punti di vista, se non altro per la sua stupefacente capacità di associare la più sincera, esaltante, immediata leggerezza con un'appagante profondità di lettura, una potenza in grado di coprire davvero ogni tipologia di pubblico... ma senza freddi calcoli.

Luca, la gloria dell'estate che sembra non finire mai

Non c'è da spiegare perché un'estate vissuta da bambini con un caro amico sia un'avventura sublime, irripetibile, una scuola di vita che nelle piccole cose ci rende più solidi: "Non ho mai avuto nella vita amici come quelli che avevo a dodici anni: Gesù, chi ce li ha?", concludeva lo scrittore al termine di Stand By Me da Stephen King. Luca genera prima un'immedesimazione nell'entusiasmo puro della scoperta: Alberto è l'amico che ti dà quella piccola spinta necessaria a violare le regole quel tanto che basta a trovare te stesso. Il tormentone di "Silenzio, Bruno!" (in italiano anche in lingua originale) è la sintesi di questo mantra: "Bruno" è il nome fittizio con cui Alberto identifica la paura di sfidare se stessi, una voce invadente che bisogna capire quando zittire. Luca è un bravo bambino perché "non si trasforma", ma dovrà decisamente allentare il freno a mano per essere all'altezza delle sfide che lo aspettano.
Questa costruzione metaforica sulla ricerca della propria identità tramite una trasformazione rischierebbe di diventare concettosa o risaputa, se Casarosa e i suoi sceneggiatori Jesse Andrews & Mike Jones non sapessero con pochi tocchi sintetizzare l'infanzia nel modo più poetico e complice. In una scena i due protagonisti, affascinati dall'immagine di una Vespa, ne costruiscono una con mezzi di fortuna, improbabile, approssimativa, ma la reazione è da applausi: "È più bella di quella nella foto!" Non è vero, naturalmente. O forse sì? Se da bambini avete gioito della vostra creatività, vi tornerà tutto e a quel punto il film diventerà una strada in discesa verso le vostre scorte di fazzoletti.

Luca e l'estate che pur finisce, ma non è una tragedia

Ci si commuove, perché se in un primo momento Luca fotografa l'esaltazione dell'amicizia e della scoperta, Casarosa si spinge un passo più avanti nel raccontare il mistero della sua natura: il piccolo Luca in realtà attraversa tre mondi, quello suo originale degli abissi, timoroso e rigido (ma per affetto e protezione, non per crudeltà), poi quello esterno che vive insieme ad Alberto, e infine ha la prospettiva di un terzo universo. C'è all'orizzonte un futuro che lo aspetta. All'allargarsi delle esperienze i nostri mondi collidono: anche se non smettiamo mai di voler bene a tutti, dobbiamo capire se è davvero possibile ignorare le opportunità che ci si aprono davanti e mantenere tutto statico. Soprattutto, chi sarà lì a sostenerci in questa difficile scelta sarà chi ci vuole bene sul serio, la nostra radice. C'è qualcosa di profondamente toccante nel modo in cui Luca racconta l'ineluttabilità di questi cambiamenti, di questo indebolimento della magia dell'infanzia in favore però di una vita adulta che si apre e ne rappresenta un'evoluzione, non una tomba. Un messaggio educativo per tutti, non ultimi gli adulti afflitti da nostalgia cronica.

Luca: gli stereotipi non fanno sempre male, basta crederci

Luca è preziosissimo anche nel suo trattamento degli stereotipi, anzi rappresenta un contributo intelligente al dibattito spesso troppo rigido sulla questione. Non è un film che evita gli stereotipi locali italiani, ma sono filtrati da un autore italiano, e si sente: quella di Luca è un'Italia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, come suggerisce lo splendore cromatico delle scenografie, dei costumi, e di un colore avvolgente che esplode con la saturazione di una pellicola Ferraniacolor. Ci sono però scarti e approfondimenti che uno straniero non azzarderebbe, come l'accostamento di canzoni di Gianni Morandi e Mina a Edoardo Bennato, dialoghi originali che mischiano inglese e italiano senza remore, e una ricerca del dettaglio che stimola l'attenzione e il rispetto. Nessun motivo di ripudiare gli stereotipi, se gli stereotipi vanno a genio anche a te e permettono di comunicare qualcosa: e se tutti nel mondo pensano che siamo pasta-dipendenti, non c'è nulla di male nel rappresentarla. Ma non è generica "pasta al pomodoro": sono trenette al pesto. Filologicamente ricreate: dopotutto parliamo degli artisti Pixar, mica degli ultimi arrivati, diretti da un genovese.
La sensazione che se ne ricava non è quella del folklorismo d'esportazione, ma di una reale comunione d'intenti che, in nome di quest'italianità solare, ha raccolto in un messaggio universale una costellazione di collaboratori da tutte le parti del mondo. Dando una marcia in più di caratterizzazione a una storia già di per sé molto sentita e senza cali di ritmo.

Cullati per un'ora e quaranta dalla dolcezza continua di immagine e suono, investiti dal calore di un film che si inserisce tra i migliori di sempre della Pixar, persi tra una risata fragorosa e un magone, si finisce per ringraziare gli autori dell'esistenza di Luca per un altro motivo ancora. C'è un ultimo sottotesto più profondo: il contrasto tra il fascino della provincia e la sfida del cosmopolitismo, il filo sottile che unisce chi va via e chi rimane e che pure non si spezza, insomma la lettura più sociale e pubblica della storia privata del piccolo protagonista. La finezza con cui Luca suggerisce questi grandi temi senza presunzione è un viatico per chi non riesca ancora a trovare risposte: non c'è panacea migliore di una fiaba.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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