Les Misérables Recensione

Titolo originale: Les Misérables

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Les Misérables: recensione del film francese di Ladj Ly in concorso al Festival di Cannes 2019

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Les Misérables: recensione del film francese di Ladj Ly in concorso al Festival di Cannes 2019

Victor Hugo c’entra e non c’entra.
Perché il Les Misérables che segna l’opera prima di Ladj Ly - a partire da un omonimo corto, anche se lui è stato anche co-regista del bellissimo documentario A voce alta - è ambientato a Montfermeil, lì dove lo scrittore ambientò parte del suo romanzo e dove il regista ha sempre vissuto, e perché in un caso come nell’altro, sempre di ultimi si parla.
E gli ultimi dei nostri tempi - checché ne dica la retorica della Francia multirazziale e multiculturale che vince i Mondiali di calcio, perché i festeggiamenti delle prime scene sono smentiti molto rapidamente - sono quelli che abitano una città-banlieue, e sono praticamente tutti neri o arabi.
Sono i poliziotti che la devono pattugliare e tenere sotto controllo, compreso il nuovo arrivato, sbarcato lì per star vicino al figlio; sono boss locali, grandi e piccoli, più o meno importanti e più, più o meno legati all’Islam, più o meno rivali tra loro, che con la polizia alla fine collaborano per tenere la situazione sotto controllo; sono, soprattutto, i più giovani: i tanti e troppi Gavroche e Cosette che quella vita la subiscono, controllati e angheriati da boss e poliziotti, e che alla fine di quella situazione e di quella vita ne avranno abbastanza.

Per raccontare la fatica, la tensione, la difficoltà (e, grazie a Dio, non l’abusato degrado) di quei posti e di quelle vite, Ladj Ly non sceglie il registro dell’autore, o dell’intellettuale. Non fa sociologia, né è interessato a sguardi pasoliniani o post-pasoliniani.
Per lui Montfermeil è un lago di benzina pronto a incendiarsi alla più piccola scintilla (come in Francia è successo davvero, nel 2005, per ragioni assai simili a quelle del film), un elemento altamente instabile tenuto sotto controllo da un complesso sistema di pesi e contrappesi attuato da quel mondo adulto fatto appunto di polizia e criminalità, ma anche dell’assenza dello Stato: che un personaggio si chiami ironicamente “Il Sindaco”, ne è una lampante dimostrazione.
E allora guarda al genere, anche - e forse soprattutto - di matrice americana, thriller metropolitano e perfino western, adattandolo però perfettamente alla sua realtà.

Nel corso di una giornata frenetica e nervosa, prima in servizio per uno sbirro novellino della zona, ecco che qualcosa rompe quell’ordine precario: e a farlo, quasi inconsapevolmente, sono i ragazzi. Una bravata, il furto di un cucciolo di leone da un circo gestito da una famiglia “zingara”, un’escalation di tensione; dei poliziotti che non sanno più tenere la misura, un ragazzo ferito, un drone che ha ripreso tutto.
E tutto, ancora una volta, sembra tornare a posto, perlomeno per chi s’illude di avere ancora il polso della situazione, ma la scintilla c’è stata, qualcosa ha preso fuoco lo stesso. E i ragazzi non sono più vittime, o spettatori, ma protagonisti. Non sono più agiti, ma agiscono.

Inquieto, secco e carico di tensione, Les Misérables gioca coi personaggi giusti, e le facce giuste, e gli attori giusti. Tiene sulla corda lo spettatore, rimette le cose in sesto quando tutto sembrava indicare che la tragedia fosse dietro l’angolo, e poi lo fa ancora, e ancora. E quando invece pensi che, finalmente, puoi tirare il fiato, ecco che ti mette davanti al casino vero, quello davanti al quale Ladj Ly quale non vuole e non può dare una risposta, addossando la responsabilità di una riflessione molto complicata ai suoi spettatori.
Forse, nella scrittura e nella regia, tutto è fin troppo preciso e quadrato, è vero: ma se da quella quadratura emerge lo stesso la vita vera, e la forza del cinema, senza dare mai l'impressione di essere fasullo, beh: il risultato non è da poco.

Les Misérables
Clip Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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