Latin Lover - la recensione della commedia corale di Cristina Comencini

17 marzo 2015
3.5 di 5
88

Un film al femminile sul rapporto coi padri reali e mitizzati che è anche omaggio non nostalgico al nostro cinema degli anni d'oro.

Latin Lover - la recensione della commedia corale di Cristina Comencini

La vedova italiana e quella spagnola del divo italiano Saverio Crispo, incarnazione internazionale del latin lover, si ritrovano nel suo paese natale per celebrare con le loro figlie e con le “altre”, nate da relazioni non ufficializzate dell'uomo, il decennale della sua scomparsa. Tutte, coi loro problemi e i loro rancori legati al passato, convergono con la rispettiva prole nella grande casa di campagna dove lui le riuniva ogni estate. Ci sono solo quattro uomini: un anziano critico e biografo del mito, un giornalista appassionato dell’opera di Crispo, il montatore dei suoi ultimi film nonché fidanzato della figlia maggiore e il marito di quella spagnola, che incarna nel peggior senso del termine l’arte della seduzione maschile. In questa caotica situazione arriva Pedro del Rio, stuntman e controfigura di Saverio, a chiedere di far parte della famiglia. Alla fine tutte le donne del suo harem si renderanno conto di non aver mai veramente capito il loro idolo, ma si sentiranno, proprio per questo, molto più libere.

E' vero, parafrasando un successo nazional popolare, che a volte la nostalgia è canaglia. Lo è perché ci tiene con lo sguardo rivolto indietro e i piedi bloccati a terra, fermi a rimpiangere un passato che in alcuni casi non abbiamo neanche vissuto, quando potremmo guardarci intorno e magari proiettarci nel futuro con uno sguardo più libero e indipendente. Non pecca per fortuna di improduttiva e lagnosa nostalgia Latin Lover, il nuovo film della poliedrica Cristina Comencini, ex economista, scrittrice e regista di cinema e teatro con un debole per la commedia, meglio se corale e femminile, e un grande tocco nel dirigere i suoi attori. Si possono non amare tutti i suoi film, ma è certo che è una delle poche registe italiane a essersi imposta in un mondo ancora e tenacemente maschilista. Forse per questo in Latin Lover mette al centro un uomo, anzi, l’Uomo, idealizzato e mitizzato, racchiuso nella figura di un divo della cosiddetta epoca d’oro del nostro cinema, con le sue turbolente relazioni sentimentali.

Saverio Crispo è al tempo stesso immagine archetipica del padre di cui ogni figlia si innamora - a volte per tutta la vita -, e incarnazione immateriale dell'immaginario collettivo, a cui si perdona (quasi) tutto in virtù del suo fascino, della sua simpatia e del poco tempo che può concedere a chi gli vive accanto. Come tutti, in fondo è solo un essere umano con le sue fragilità e debolezze, reso forte dallo sguardo femminile che finisce per soffocarlo. In questo caso le donne che in vita gli gravitavano intorno hanno dedicato buona parte della propria esistenza a un uomo che non hanno mai davvero posseduto. Tra ricordi, segreti e piccole vendette,  riusciranno a liberarsi del loro fardello solo quando entrerà in campo un altro personaggio, il classico imbucato alla festa che si rivela poi il portatore di un’altra e altrettanto valida verità.

E’ un bel film Latin Lover, che piacerà soprattutto a quanti di noi hanno amato i mattatori del nostro cinema, attori che mutavano pelle in continuazione e senza problemi: da fini dicitori a guitti di avanspettacolo, da pensose o allegre muse di grandi registi a emblemi dei generi popolari, dai film di impegno politico alle sparatorie a mezzogiorno nel deserto di Almeria. Tutto questo nel film lo vediamo in un finto/vero montaggio costruito su Francesco Scianna, che ha la giusta faccia “antica” per il ruolo. Anche se la storia famigliare di un padre grande come Luigi Comencini unisce in un connubio ideale arte e privato, la sua possibile influenza resta sempre sottintesa, in un film composto come un puzzle da molti tasselli diversi.

Non siamo nemmeno dalle parti della satira di Mario Monicelli in Speriamo che sia femmina, anche se il gineceo nella casa di campagna può ingannevolmente ricordarlo (o forse anche questo fa parte del gioco): qua è proprio un uomo a portare quel valore in più, quel momento di verità che riconcilia le signore con la vita e con colui che si sono contese anche dopo la sua morte.

Gli attori e le attrici sono ben scelti e così bravi che ci è impossibile citarli tutti per motivi di spazio, ma siamo certi che gli altri ci perdoneranno se sottolineiamo la prova grandiosa delle due Vedove Reali del film: la straordinaria Marisa Paredes e la splendida Virna Lisi, che è bello ricordare con una parte in cui si svela con un’allegria contagiosa e liberatoria che dice molto sulla donna oltre che sull’attrice. Ed è in fondo naturale che a offrirle questo ruolo sia stata una regista che l’ha conosciuta sul set paterno da cui l’ha “ereditata”, lavorando più volte con lei e portando avanti la sua immagine nel cinema contemporaneo. Un plauso personale va anche a Lluìs Homar, a cui tocca l’onere e l'onore della scena più commovente del film, recitata benissimo. Belle anche le musiche, che riecheggiano con discrezione lo stile delle colonne sonore di quell’epoca del nostro cinema.

Se dovessimo riassumere in una parola Latin Lover diremmo che è un film “felice”, pieno di vera e importante leggerezza femminile, come quel piedino di bimba, incongruo e non visto, che fa capolino da dietro una roccia sul set di un western all’italiana.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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