La truffa dei Logan: recensione del film di Steven Soderbergh con Channing Tatum e Adam Driver

01 novembre 2017
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Un heist movie di campagna che si piazza lì dove Ocean's Eleven incontra Hazzard e il country.

La truffa dei Logan: recensione del film di Steven Soderbergh con Channing Tatum e Adam Driver

Dovessi ipotizzare quale sia il segreto di Steven Soderbergh - uno che è partito dall'indie d'autore di Sesso, bugie e videotape ed è finito a raccontare Liberace, che spazia con la stessa sicurezza dai remake di film di Tarkovskij alle commedie elegantissime e ironiche della serie di Ocean's, da serie tv come The Knick a monumentali biopic di Ernesto Guevara, passando per action come Knockout o medical disaster come Contagion - direi possa essere un cocktail dosatissimo di precisione e leggerezza. La stessa precisione (di scrittura, di sguardo, di direzione degli attori) e la stessa leggerezza scanzonata che si ritrovano in La truffa dei logan.
Se poi a volte, al di la della riuscita dei singoli titoli, si può avere l'impressione che sotto il vestito sempre su misura dei film dell'americano ci sia poco o niente, forse è perché l'ossessione per il contenuto (nostra, la sua è tutta per la forma) fa passare ingiustamente in secondo piano il valore dell'intrattenimento.
E di intrattenimento, Logan Lucky, ne regala parecchio.

Questo b-side in salsa redneck di Ocean's Eleven, piazzato nel sud degli Stati Uniti - West Virginia, mountain momma -, lì dove tra auto veloci, direttori di carcere bifolchi, sorelle supersexy con la minigonna al posto degli storici hot-pants di Daisy Duke, si respira chiaramente l'aria della contea di Hazzard e dei fratelli Bo e Luke, è chiaramente il divertissement di un regista che ama l'ironia prima di ogni altra cosa.
Di uno che è capace di citarsi senza fare il pavone, e che anzi si prende anche un po' in giro, senza mai perdere il ritmo elevato ma mai frenetico - southern comfort, anyone? - di un racconto congegnato con astuzia. Con la stessa astuzia che non ti aspetti dai protagonisti un po' stolidi di questo film: ma d'altronde lo si dice anche da noi, scarpe grosse e cervello fino, no?

Si diverte Soderbergh, si divertono evidentemente i suoi attori (che poi sono tanti di quelli del suo giro, più alcune nuove entrate di rilievo: e scegliere Riley Keough, nipote di Elvis, per un film così è un tocco non da poco).
E allora ci divertiamo anche noi, in quel turbinare di colori saturi, personaggi bizzarri ma mai grotteschi, auto veloci in pista e fuori e sentimenti e legami che passano per i gesti e i fatti più che per le parole.
Sì, sentimenti. Perché è bello il modo in cui Soderbergh racconta il rapporto tra i due fratelli Logan Channing Tatum e Adam Driver, che poi sono tre con la sexy Mellie; è bello il modo con cui si confrontano con la supposta maledizione che grava sulla loro famiglia. Ed è ancora più bello il modo in cui Soderbergh racconta il rapporto tra il personaggio di Tatum, padre separato, con sua figlia (una Farrah Mackenzie dagli occhi giganteschi), che non a caso è la prima cosa che viene raccontata nel film.

Sono piccoli tocchi, pennellate appena accennate quelle con cui Soderbergh regala calore umano alla storia di La truffa dei Logan, e lo stesso il regista fa per dare il tono della commedia, e quando serve anche dell'azione: coi dettagli.
Dettagli, che aiutano anche in quel piccolo miracolo che fa sì che un film così meticolosamente pianificato regali comunque la freschezza di un andare quasi spontaneo.
Sprezzatura, forse. Leggerezza, sicuramente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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