La sedia della felicità - la recensione del film di Carlo Mazzacurati

23 aprile 2014
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L'ultimo film del regista padovano è anche il suo più libero.

La sedia della felicità - la recensione del film di Carlo Mazzacurati

Non è mica che de La sedia della felicità si debba parlare bene per forza, perché è stato l’ultimo film diretto da Carlo Mazzacurati prima della sua morte, e perché esce nelle sale italiane dopo la scomparsa del suo autore.
Però se ne può parlare bene perché è piccolo film capace di dire molto di chi l’ha realizzato e perché si piazza un po’ di traverso rispetto al flusso tradizionale e stanco del cinema di casa nostra.

La sedia della felicità è una commedia, pura (in molte accezioni del termine), senza troppa della malinconia tipica del regista ma pienissima invece di quell’ironia dolce e distaccata di cui il padovano ha dato dimostrazione in più di un film.
Ed è una commedia che, nel suo giocare con dei toni molli e fieramente anti-televisivi, nella sua energia tranquilla e, soprattutto, nel suo osare con grande libertà attraverso il nonsense, il fantastico e il surrealismo, dimostra un coraggio e un’originalità davvero non comuni e troppo poco frequenti nei film dei nostri autori.

Era forse da Missione di pace di Francesco Lagi (altro film dove un orso aveva un ruolo importante, guarda caso) che non ci si trovava di fronte a tanta voglia di rompere (dolcemente) gli argini dei canoni imperanti e di lasciare che il racconto scivolasse via dai binari tradizionali, come l’acqua che trabocca da una vasca troppo piena del solito modo di fare film, e che a compiere un’operazione del genere sia stato un regista esperto e strutturato come Mazzacurati non è dettaglio da poco.
Più libero, sereno e meno caustico di quanto aveva mostrato ne La passione, con La sedia della felicità Mazzacurati racconta di quei piccoli disgraziati di provincita che il suo cinema ha spesso rappresentato con uno sguardo e uno spirito nuovi, carichi di affetto e vogliosi di una riuscita che è ardua, ma in fondo mai impossibile.

Dino il tatuatore, Bruna l’estetista, perfino Weiner il prete, sono personaggi di profonda umanità tanto più liberati dall’ansia di dover essere realisticamente rappresentativi di qualcosa o di qualcuno, e liberi d’inseguire un sogno (di ricchezza, d’amore, di riscatto) magari kitsch come la sedia che lo contiene ma infinitamente più vitale di quelli spezzati a forza di gratta e vinci.
L’intuizione di Mazzacurati, vincente, non è solo nell’esaltazione del cammino, con le sue esperienze, le sue gioie e le sue delusioni, i suoi incontri e le sue esplorazioni. Ma nel fare di questo cammino un viaggio nella fantasia prima ancora che attraverso luoghi e persone.

Anche se non non tutte le tappe sono memorabili, poco importa: basta ricordare quelle migliori, a abbandonarsi al flusso come il Dino di Valerio Mastandrea, ancora una volta capace di dimostrare di essere il migliore in circolazione e, con la sua mollezza e la sua intensità tutte romane, un volto perfetto per il mondo del padovano Mazzacurati.
E il rimpianto dell’attore per il non aver lavorato prima col regista, diventa così anche il nostro.

 

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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