La quinta stagione - la recensione del film di Peter Brosens e Jessica Woodworth

06 settembre 2012
3.5 di 5

Tra cinema d'autore, videoarte e tradizione pittorica fiamminga, un film ostico ma dal fascino profondo e ancestrale.

La quinta stagione - la recensione del film di Peter Brosens e Jessica Woodworth

Io sono febbraio”, bel romanzo dell’americano Shane Jones, pubblicato in Italia da ISBN, racconta una fiaba cupa e surreale nella quale una piccola comunità rurale rimane bloccata in un inverno senza fine.
Curiosamente, è sostanzialmente la medesima trama de La Cinquième Saison, conclusione ideale di una trilogia incentrata sul conflitto tra Uomo e Natura diretta da Peter Brosens e Jessica Woodworth.
Conflitto qui esplicitato fin dalla prima scena, nella quale un personaggio cerca, senza successo di far cantare un gallo che lo osserva silente sul tavolo di fronte a lui. Una prima scena che dà il la tematico ed estetico del film e che invita chi guarda ad accordarsi conseguenza.

Film catastrofico intellettuale e d’autore, il film di Brosens e Woodworth racconta una storia analoga a quella del romanzo ma con toni e stile completamente diversi. Jones abbracciava la fiaba in senso ampio e abbondava col fantastico, apriva alla speranza mentre i due autori rimangono più trattenuti e si focalizzano sul progressivo imbarbarimento di una comunità che trova nei due suoi componenti più tangenziali un capro espiatorio da sacrificare nella speranza, questa volta vana, di una salvezza.
Sontuoso, ricercato e affascinante dal punto di vista visivo, situandosi all’intersezione tra cinema d’autore, installazione videoartistica e tradizione pittorica fiamminga (Bruegel su tutti), La Cinquième Saison è un film dal fascino profondo e ancestrale, costellato di allegorie, inquietante nella declinazione di una dinamica comunitaria che, forse per via di una cerimonia che comprende un pupazzo di paglia che non vuol bruciare, ricorda quella di The Wicker Man.

Certo è anche un film austero, ostico per lo spettatore comune, ma mai realmente respingente.
Anzi, è ipnotico nel suo incedere solenne, nel racconto di una storia semplice e universale, modernissima e primordiale, e nella proposizione di una serie di immagini il cui valore trascende il puramente cinematografico e abbraccia l’arte figurativa nel senso più ampio possibile.



 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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