La fiera delle illusioni - Nightmare Alley, la recensione: il noir secondo Guillermo del Toro

26 gennaio 2022
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Il regista messicano rimette mano al bellissimo romanzo scritto nel 1946 da William Lindsay Gresham e adattato l'anno successivo da Edmund Goulding in un film con Tyrone Power. Protagonista, oggi, è invece Bradley Cooper. La recensione di Federico Gironi.

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley, la recensione: il noir secondo Guillermo del Toro

La fascetta che avvolge la bella edizione Sellerio di “Nightmare Alley”, il romanzo di William Lindsay Gresham da cui è tratto questo film, cita una frase estrapolata da una recensione firmata sul Washington Post da Michael Dirda: “Sapevo che si trattava di un classico del noir, ma non ero preparato alla sua devastante forza dostoevskiana. Perché mai questo libro non viene consigliato accanto allo Straniero di Camus?”.
Quello di leggere il romanzo di Gresham è un consiglio che mi permetto di rivolgere a tutti, così come di guardare, ove possibile, il primo film che ne fu tratto: La fiera delle illusioni di Edmund Goulding, con Tyrone Power come protagonista (e non a caso, nel film di del Toro, non accreditata, compare fugacemente anche Romina, la “nostra” Romina, figlia di Tyrone ed ex moglie di Al Bano).
Ma qui, ora, siamo a parlare del film di Guillermo del Toro: e io non lo so se il regista messicano ha letto la recensione di Michael Dirda sul Post, ma di sicuro ha colto e rappresentato molto bene gli aspetti dostoevskiani del romanzo, e pure la sua parentela con Camus, facendo del suo (sceneggiato assieme a Kim Morgan, che poi è anche la signora Guy Maddin) un film capace di evocare sia quelle pagine sia il film di Goulding, e di essere al tempo stesso una cosa diversa e piuttosto personale.

Quello di La fiera delle illusioni - Nightmare Alley è difatti un mondo chiaramente, squisitamente, dichiaratamente deltoriano, a partire dal mondo delle carovane e dei freak, fino a quello di una ricchezza frutto di inganni e violenze, ed è un mondo dove altrettanto chiaramente le cose sono esposte per quello che sono, dove tutti i personaggi sono raccontati per ciò che sono e non hanno segreti per lo spettatore, che ha ben chiaro dall’inizio chi è buono, chi è cattivo, chi puro, chi corrotto, e quanto e come e perché, è corrotto da una vita che pare inevitabilmente portare dolore e sofferenze, e tutto quello che si può fare è incassare i colpi il meglio possibile.
Fin dall’inizio del Toro dichiara il peso sulla coscienza di Stanton, il suo ambizioso ma in fondo fragile protagonista (un Bradley Cooper alla ricerca della stessa smania febbrile di Power), e fin dall’inizio ci dice che quel peso sarà ciò che lo porterà a fondo. Per tutto il film del Toro parla della guerra, quella che è stata e quella che incombe, raccontando della condanna umana a una violenza che pare inevitabile.
In un film che racconta la parabola tragica di un personaggio che cerca di elevarsi, di migliorare la sua condizione, di  scansare la tragedia della vita attraverso l’inganno, condannandosi a sprofondare nella più bestiale delle condizioni, quella in cui si era già messo dall’inizio (e del Toro lo aveva detto), il paradosso è che invece non c’è inganno alcuno. La forza della parabola morale di Nightmare Alley sta nella sua totale trasparenza. L’efficacia del racconto in una lingua cinematografica che è curatissima sul piano della forma, dell’estetica, del décor, ma semplice ed elementare su quello narrativo.
Ciò che vedi è ciò che hai.

La prima parte del film, quella che vede Stanton ancora giostraio, circondato da freak che si riveleranno inevitabilmente meno freak dei “normali” e da viscidi gestori le cui ambiguità morali fan ridere di fronte a quelle dei rispettabili uomini d’affari, è coloratissima, vitalissima, quasi gioiosa, a dispetto delle ombre, e dell’incombenza del geek, dell’uomo bestia, e di quel che chiaramente rappresenta.
È nella seconda, quando alle polveri ai fanghi e agli stracci delle giostre itineranti e dei “carnie” di sostituiranno saloni eleganti, lussuose camere d’albergo e studi psichiatrici all’avanguardia, quando Stanton il Grande tenterà con la sua Molly la scalata al successo e alla ricchezza, che il grottesco e l’orrore e la violenza esploderanno in tutta la loro inevitabilità.
E sarà lì, in quel mondo, che Stanton, l’uomo capace di leggere desideri, paure e traumi di chiunque, sbaglierà le sue due letture cruciali: quelle delle due opposte figure femminili che ha al suo fianco. Sbaglierà nel valutare la capacità di sopportare della pura Molly, e le reali motivazioni della spietata Lilith, abbagliato dalla cupidigia, sbilanciato dal senso di colpa (lo stesso senso di colpa su cui fa leva negli altri), ingannato dal sentimento (quello di una per lui e di lui per l’altra).

Mescolando trama e temi del romanzo (semplificato e ridotto) e numerose suggestioni tratte dal film di Goulding, omaggiando quei due testi e ampliando lo spettro delle loro possibili declinazioni, del Toro utilizza la sua sensibilità e il suo stile per arrivare a conclusioni tutto sommato analoghe. Si appoggia ad un cast all star che si mette al servizio di storia e personaggi senza tanti ammiccamenti (tre menzioni speciali: a Rooney Mara, perfetta nel ruolo di una Molly assai meno molle di quella di Coleen Gray nel ‘47; all'umanissimo Pete di David Strathairn; e al cammeo finale di Tim Blake Nelson, con ancora addosso i baffi di Old Henry), come al servizio della storia è la sua regia e tutto il suo immaginario.
E se l’estetica (e l'etica) morbosa del noir può sembrare vagamemente ridimensionata dal senso del manierato grottesco e del patinato barocco del messicano, e dall'uso attento ma ossessivo del colore, chissà che impressione potrebbe fare, invece, la versione in bianco e nero del film che sta circolando negli USA in poche copie e selezionate sale. Per saperlo, dovremo attendere l’home video.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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