L'altro volto della speranza Recensione

Titolo originale: Toivon tuolla puolen

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L'altro volto della speranza: recensione del film di Aki Kaurismäki miglior regia al Festival di Berlino 2017

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L'altro volto della speranza: recensione del film di Aki Kaurismäki miglior regia al Festival di Berlino 2017

A volte, il modo migliore di trattare un problema serio è quello di utilizzare toni poco seri. O che sembrano tali.
A volte, per far fronte ai colpi duri della vita, bisogna tenere la bocca chiusa e il cuore aperto: niente recriminazioni, niente polemiche, niente giudizi, ma la capacità di accettare sé stessi e gli altri.
Pare facile, ma non lo è. Aki Kaurismäki è uno di quelli che lo sa fare, e bene.
Che lo sa fare bene, e lo fa sembrare la cosa più naturale e lineare del mondo.

Come tutti i film del finlandese, anche The Other Side of Hope dà l'impressione di sgorgare così com'è dalla mente del suo autore, a dispetto dell'evidente costruzione, dello stile antinaturalista, dell'intreccio della trama.
E possiede un calore umano e una forza politica che non solo non vengono mai ostentati, ma che anzi vengono trattati con quell'atteggiamento quasi distratto e casuale che fa sembrare il cinema del finlandese e le vita dei suoi personaggi un succedersi di eventi paradossali e surreali che però non potrebbero essere altrimenti.

La straordinaria capacità che ha Kaurismäki di raccontare con questa impassibile naturalezza l'assurdità delle cose e del mondo si sposa perfettamente con l'assurdità dei nostri tempi, con la follia delle guerre, la crisi dei rifugiati, quella economica, e la loro sconsiderata gestione da parte delle istituzioni politiche e non.
E  lo sguardo del regista è sempre imperturbabile: tanto di fronte alla storia di un rifugiato siriano sbarcato quasi per caso a Helsinki, al suo chiedere asilo, raccontare la sua storia, vivere una condizione di clandestino, quanto davanti a quella di un uomo che cerca di cambiar vita e lo fa vincendo una somma enorme a poker come fosse una cosa ovvia, e comprando uno squinternato ristorante.
Bocca chiusa, cuore aperto: nessuno svolazzo retorico, puro racconto di un'umanità che è  fatta delle stesse cose, che ha le stesse esigenze.

Nell'universo cinematografico fuori dal tempo che gli è proprio, dove il presente fonde con col passato, gli anni Cinquanta con gli Ottanta, la musica (onnipresente e salvifica, rigorosamente blues e rock) col le parole o coi silenzi, Kaurismäki racconta un mondo dove le persone buone si aiutano fra di loro (magari dopo essersi presi a pugni, senza chiedere poi tanto in cambio e senza mettere manifesti, perché sono i gesti piccoli, quasi impercettibili, che contano, anche quelli di un sopracciglio: anche al cinema), ma dove le strade si possono comunque separare, e il male che ci circonda non è destinato di certo a sparire facilmente.

Tutto quello che possiamo fare, dice The Other Side of Hope, è fare del nostro meglio.
Anche quando i nostri sforzi si traducono i gesti assurdi e paradossali, e i risultati sono comici e demenziali, irresistibili come certe scene e certe battute ambientate in un ristorante indimenticabile che si chiama "La pinta dorata". Anche quando un nazista ci accoltella, ma c'è nostra sorella da aiutare, e quindi andiamo avanti.

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