Il processo ai Chicago 7: la recensione

28 settembre 2020
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Seconda regia di Aaron Sorkin, conta sulla solita, straordinaria sceneggiatura di uno dei più importanti scrittori di cinema del nostro tempo, e su un cast formidabile. E cade in un momento storico che, in maniera anche drammatica, non lo potrebbe rendere più attuale. La recensione di Federico Gironi di Il processo ai Chicago 7.

Il processo ai Chicago 7: la recensione

Raccontare la storia dell'assurdo processo in cui furono imputati i cosiddetti Chicago 7 (e Bobby Searle delle Black Panthers, che poi venne processato separatamente) dava ad Aaron Sorkin la possibilità di divertirsi con le cose che ama di più e che gli riescono benissimo come sceneggiatore: i processi (come in Codice d'onore); le storie vere (come in The Social Network e Steve Jobs, per citarne solo due); la politica (come in The West Wing, e l'esempio valga per tutto il resto). E Il processo ai Chicago 7, che ha ereditato come regista da Steven Spielberg, non delude le conseguenti aspettative.

Spielberg ne avrebbe fatto un film molto diverso, certo. Molto probabilmente perfino migliore, nel senso più tradizionale del termine. Ma nelle mani dello stesso Sorkin - che è uomo ossessionato dalla parola, dai dialoghi e dai monologhi, e dalle arti dell'oratoria e della retorica, e da quella dialettica di cui oggi il mondo polarizzato dai social e dalle opinioni usa e getta ha evidentemente un grande bisogno - il copione viene esaltato nella maniera più funzionale alle sue intenzioni originali.

La messa in scena e perfino i temi sono quelli del grande cinema classico hollywoodiano.
La regia è lineare, tutta al servizio della storia e dei personaggi. Il copione non ha paura né della retorica, né di identificare in maniera netta da che parte stia il torto e da quale la ragione (considerati dal punto di vista dei valori alla base della costituzione americana, e delle democrazie occidentali, e non solo da quello più dichiaratamente liberal), ma senza mai dimenticare di cogliere e restituire le sfumature dove necessario.
Il cast è assemblato in maniera tale da esaltare tutto questo, e gioca a chi è più bravo per il piacere dello spettatore (vince Mark Rylance, ma Sacha Baron Cohen è un Abbie Hoffman davvero notevole, e Jeremy Strong un ottimo Jerry Rubin; senza contare il cammeo di Michael Keaton).

Sorkin racconta una pagina oscura della storia americana recente, e i collegamenti col presente sono ovvi e dichiarati: "Credo che le istituzioni della nostra democrazia siano straordinarie, ma che in questo momento in mano a persone orribili," dice Abbie Hoffman alla sbarra dei testimoni, e ogni riferimento a fatti e persone degli USA degli ultimi quattro anni non è affatto casuale.
Ma Il processo ai Chicago 7 non vale solo per il suo riflesso sull’attualità, e prescinde da una situazione politica iniziata peraltro molto dopo che il copione iniziasse a essere sviluppato.

Dentro la storia e le vicende del film ci sono riflessioni che riguardano la natura della sinistra da allora a oggi, attraverso la contrapposizione tra il radicale Hoffman e il moderato Tom Hayden, e la loro possibilità di sintesi, riconoscendo di partire da una natura comune e di essere mossi stessi scopi.
C'è il richiamo alla giustizia, all'etica e alla morale (che non sono né di parte né ancorate nel passato), che ha lo stesso valore universale del discorso sullo stato dell'informazione e del giornalismo portato avanti da Sorkin in The Newsroom.
C'è la voglia di far tornare grande un paese, gli Stati Uniti d'America, che Sorkin ama in maniera palese e incondizionata, ma richiamandosi ai suoi valori fondativi, e non attraverso la manipolazione, l'ingiustizia e la sopraffazione.
C'è perfino il riconoscimento implicito di una battaglia - quella di Searle e delle Black Panthers, e quindi del movimento Black Lives Matter di oggi - che nasce dalla necessità di lottare per la propria vita, e non semplicemente di opporsi ai modelli dei padri.

"I processi sono civili o penali, non politici," obietta a Abbie Hoffman l'avvocato difensore William Kunstler, interpretato da Mark Rylance, all'inizio del film: ma sappiamo tutti che, purtroppo, non è sempre così, e Sorkin non perde occasione di ricordarlo a ogni arringa, a ogni testimonianza, a ogni dialogo.
A ogni uso così preciso e sapiente della parola, che per Sorkin è tutto, ed è ancora qualcosa capace di potenza, peso politico, possibilità di cambiamento e progresso.

Si potrebbe obiettare che Il processo dei Chicago 7 sia troppo facile, manicheo, esageratamente pedagogico nei confronti del suo pubblico.
Si potrebbe allora rispondere come Mark Rylance, ancora lui, che alla giovane centralinista che sosteneva di credere nell'intelligenza della gente (o, perlomeno, della maggior parte delle persone), commentava:"Se lo credi davvero, ti si spezzerà il cuore ogni giorno della tua vita."
Ma, soprattutto, si potrebbe e si dovrebbe rispondere che esiste una retorica nobile e una retorica stucchevole, e Sorkin conosce benissimo la differenza tra le due.
E che quella tra verità e menzogna, giustizia e ingiustizia, democrazia e stato di polizia non è divisione manichea, ma l'unica polarizzazione che serve per continuare a far sì che la civiltà come la conosciamo possa continuare ad andare avanti e a progredire.
E Sorkin ce lo ricorda benissimo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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