Il Piccolo Yeti, la nostra recensione della gentile fiaba DreamWorks Animation

01 ottobre 2019
3.5 di 5

Dalla regista di Boog & Elliot, un road movie cinese dotato di una certa poesia visiva.

Il Piccolo Yeti, la nostra recensione della gentile fiaba DreamWorks Animation

Orfana di padre nella moderna Shanghai, la giovanissima Yi si tiene occupata con mille lavoretti per nascondere il proprio dolore, trascurando mamma e nonna. Quando scopre sul tetto del palazzo un mitologico ma amichevole yeti fuggito da chissà dove, decide di portarlo sull'Everest, dove l'animale mostra di voler tornare. Trascinerà nell'avventura due amici, Peng e Jin.
Strano destino quello della DreamWorks Animation: i suoi Dragon Trainer sono stati amati da tutti, Shrek e Kung Fu Panda sono miti, però negli ultimi anni ha patito al botteghino la concorrenza di Disney, Pixar e Illumination Entertainment. Rispetto alle concorrenti, anche per difendersi da queste, sin da Kung Fu Panda 3 (2016) ha dimostrato di guardare con attenzione al mercato della Cina, arrivando a concepire i film in tandem con una committenza cinese: avviene ancora per questo piacevole Il piccolo Yeti, coprodotto e corealizzato infatti insieme alla succursale Pearl Studio di Shanghai. Il budget è più basso della media hollywoodiana per l'animazione in CGI: 75 milioni di dollari, il che se vogliamo si riflette nei modelli dei personaggi e nelle animazioni più spartani del solito. Il design dei protagonisti è tuttavia indovinato, aprendosi a lineamenti sul serio orientali, quindi compiendo culturalmente un ulteriore passo in avanti rispetto all'universalità di Kung Fu Panda.

Il piccolo Yeti è una fiaba che avremo visto mille volte: ragazzini che diventano amici di un essere alieno, diverso o fuori dai canoni (in questo caso uno yeti) e lo aiutano a tornare a casa, qui sull'Everest, difendendolo dai malintenzionati. Difficile poi non rivedere nella figura dell'anziano collezionista Burnish l'eco degli esploratori di Up. Lo svolgimento e ciascun atto di Il piccolo yeti sono inoltre molto prevedibili, rispettando la formula in modo rigido.
Nonostante tutto, si sente che la sua regista e sceneggiatrice Jill Culton ha alle spalle una lunga carriera da story artist, dal primo Toy Story a Boog & Elliot a caccia di amici, passando per Monsters & Co. Tutti i personaggi sono a fuoco, ma soprattutto ogni elemento narrativo risaputo viene rinvigorito con una chiave sicura, in questo caso l'atmosfera delle location cinesi più celebri. Cinicamente si potrebbe ironizzare su questo idilliaco gemellaggio culturale Cina-Usa quando l'America, e in generale l'intero Occidente, mantengono un rapporto conflittuale con quella terra: al di là dell'interesse commerciale, è il trasporto sincero che smorza queste critiche. La produzione ha la saggezza di riservare la maggiore cura estetica al climax del film, visivamente molto efficace, poetico ed evocativo, cosicché la distanza culturale viene coperta dalla contemplazione e dallo stupore puro e semplice per paesaggi, luci, monumenti, orizzonti. Una storia antica quindi si rinnova e commuove ancora. Il piccolo Yeti in definitiva inventa poco, ma non sbaglia un colpo. A volte è più che sufficiente.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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