Il permesso: recensione del noir di Claudio Amendola con Luca Argentero

14 dicembre 2016
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Per il suo secondo film da regista l’attore sceglie di incrociare le vicende di quattro detenuti liberi per 48 ore.

Il permesso: recensione del noir di Claudio Amendola con Luca Argentero

Sì, d’accordo, il curling, la solidarietà e l’amicizia maschile, la tenerezza di Antonello Fassari ed Ennio Fantastichini, la commedia e la sceneggiatura di Edoardo Leo da cui è nato La mossa del pinguino. Ma anni su set televisivi e cinematografici dove la parola "azione" indicava anche il territorio nel quale ci si muoveva hanno indirizzato il gusto personale di Claudio Amendola verso il noir, le pistolettate, le spirali di morte da cui è impossibile uscire e i poco di buono (che fossero implacabili mafiosi o ruvidi tipacci da western). Così, per la sua seconda regia, l’attore romano si è mosso all’interno di uno scenario criminale, anche se in una zona di confine fra colpa e redenzione, accettazione e regolamento di conti, "dentro" e "fuori". Fuori dal carcere, innanzitutto, perché i quattro protagonisti de Il permesso la prigione in effetti la abbandonano, seppure per 48 ore, per riassaporare i semplici piaceri della vita o per ristabilire un ordine ormai irrimediabilmente compromesso.

E’ diviso in due, o attraversato da due spinte contrarie - che sono la rottura di un meccanismo e la predestinazione alla colpa - il racconto del poco tempo fuori dalle sbarre di Donato, Luigi, Angelo e Rossana, che ritrovano gli affetti sinceri o un po’ sghembi di sempre o non riescono a rassegnarsi all’idea di averli persi. Da persone che hanno, se non il male, comunque l’illegalità tatuata addosso, possono tutti scegliere se abbandonare il gioco della vendetta e del "non si fa" oppure inventarsi una vita nuova non seguendo i percorsi obbligati che l’appartenenza a un determinato contesto sociale impone. E anche se i personaggi adulti sembrano avere la strada segnata perché contaminati dal lato oscuro della delinquenza, la speranza nel film c’è (eccome se c’è), ed è nei "no" di Angelo e Rossana, ragazzo semplice ma neolaureato lui, ragazza ricca, stralunata e ribelle lei, uniti dal sogno di trovare una strada e un amore.

Amore: ecco la parola chiave de Il permesso, il fil rouge che garbatamente lo attraversa, perché questo film orgogliosamente indipendente - ben scritto da Giancarlo De Cataldo e Roberto Jannone, e ben fotografato da Maurizio Calvesi - è una pacata celebrazione del sentimento più puro che ci sia, e che è rivolto verso un un figlio che ha preso una cattiva strada o una moglie scomparsa. Oppure è un’emozione che si sta cominciando ad assaporare.

Delle quattro vicende, funzionano meglio quelle dei ragazzi (che peraltro si incrociano), forse perché meno prevedibili e rinfrescate dalla verve dei bravi Giacomo Ferrara e Valentina Bellé. Eppure l’attore più sorprendente - in virtù di una completa aderenza all’uomo è stato chiamato a interpretare e al suo dolore - è Luca Argentero, che presta la propria anima e la propria dedizione di attore "umile" a un trentacinquenne accecato dalla rabbia e dalla frustrazione, un personaggio a tutto tondo con il viso e lo sguardo sempre cupo, i muscoli tirati e una smania continua di andare. Come lui, anche il pluriomicida Luigi ha una missione da compiere, ma Amendola sceglie per sé le parole e la filosofia di un gangster che è diventato semplicemente un padre di famiglia che sbuccia la frutta a tavola sognando una vecchiaia in tranquillità e al sole. Anche questo ex cattivo ci piace.

E’ un film stringato Il permesso, e curato nell’alternanza fra le varie storie, che scivolano l’una dentro l’altra e che si distinguono fra loro stilisticamente senza che il contrasto sia però esagerato. Ognuna sa di verità ed è romana solo perché Roma è la patria del regista. Più che essere onnipresente, stilosa e pulp, la città che lo stesso De Cataldo adora rappresentare fa capolino di tanto in tanto e a volte sembra perfino un luogo altro. Al Samurai di Suburra, insomma, non interessano gli antieroi di borgata con i loro romanzi e le loro agiografie, ma solo le persone vere. Questa spinta è sufficiente a fare della seconda regia di Claudio Amendola qualcosa di nuovo, che non tradisce il genere né tantomeno ci gioca, ma più semplicemente è fatto della stessa sostanza della sincerità.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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