Il cratere Recensione

Titolo originale: Il cratere

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Il cratere: la recensione del film di Silvia Luzi e Luca Bellino

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Il cratere: la recensione del film di Silvia Luzi e Luca Bellino

Se è vero che la commedia italiana (e la produzione mainstream di casa nostra in generale) soffre spesso di una mancanza di originalità che vuol dire carenza di idee da un lato e di coraggio produttivo dall’altro, lo è altrettanto che anche il cinema cosiddetto d’autore, quello che passa dai grandi festival e per le sale d’essai e non multi-, non è affatto esente da problemi di standardizzazione che, forse, significano esattamente la stessa cosa.
Esistono oramai un’estetica e una narrativa ben codificate, che rendono omogenei e prevedibili molti film che - appartenenti al filone del cosiddetto "cinema del reale" o meno, legati alla nuova scuola neo-neo realista e post-pasoliniana tutta borgate, periferie urbane e antropologiche o meno - finiscono in quel modo con l’assomigliarsi un po’ tutti.
I primissimi minuti di Il cratere, che ritraggono la sua protagonista Sharon Caroccia mentre, davanti a uno specchio, esegue una coreografia che stona volontariamente con la lezione di scuola che ripete allo stesso tempo, sembrano voler far pensare che ci si trova di fronte a un altro di questi titoli che finiranno nel pastone indistinto della nostra memoria.
E però, guarda caso la lezione che Sharon sta ripetendo allo specchio riguarda la questione del Verismo letterario (Verga, ma non solo), e finita quella scena diventa rapidamente evidente che il lavoro svolto da Silvia Luzi e Luca Bellino parte da quella cosa lì, da quell’estetica e quella narrativa, per fare qualcosa di diverso in maniera sottile e radicale assieme.

Anche senza sapere come i due registi - che vengono dal documentario e che qui si cimentano per la prima volta con la finzione, e che del loro film sono stati non solo registi e sceneggiatori, ma anche operatori, direttori della fotografia e tecnici del suono - hanno lavorato sul set; anche senza sapere che hanno contaminato un copione del tutto di fantasia con la vita e la personalità dei protagonisti non professionisti che hanno scovato, e che sono straordinari per naturalezza e intensità, Il cratere trasmette in maniera epidermica e viscerale l’energia che è scaturita da questo incontro e dalle sue modalità quasi uniche.
Usando un gioco di parole un po’ trito, si potrebbe dire che dal cratere di Luzi e Bellino scaturisce un magma bollente fatto di vita e di cinema, nel quale rigore, qualità e sentimento sono in equilibrio quasi alchemico per via della sua rarità esoterica.
Un magma nel quale, lentamente ma inesorabilmente, rimani invischiato, e che poi ti trascina dentro, al suo punto d’origine, all’interno di un film e di una storia dalla semplicità archetipica ma dalla complessità profonda.

Difficile, o piuttosto inutile, dire se la forza del film risieda maggiormente nella potenza con la quale si è racconta l’ossessione di un padre che vede nella figlia e nelle sue doti canore la speranza di una rivincita per tutte le sconfitte che la vita gli ha imposto, e un rapporto che da questa ossessione viene progressivamente sbriciolato, anzi de-materializzato; o se invece stia più nella maniera, principalmente visiva, con cui Luzi e Bellino hanno scelto di raccontarla e di rispecchiarla, con immagini che diventano via via più virtuali quanto più sono ossessivamente reali e ravvicinate.
Inutile, più che difficile, perché davvero si tratta della stessa cosa, di una coincidenza rara tra forma e contenuto che i registi gestiscono con consapevolezza e disinvoltura che lasciano senza parole.
Rosario, che è tale, e padre, nel film e nella vita, è davvero un personaggio che vede una cosa sola, e noi con lui, ed di quella cosa, di quella sua ossessione, di quel suo sogno è prigioniero, così come lo è sua figlia Sharon, e così come lo siamo noi, chiusi dentro quelle immagini che non lasciano scampo allo sguardo, che trasmettono tutto il senso di claustrofobica oppressione in cui versano gli attori della storia, che negano prospettive, possibilità, spazi alternativi.  Immagini così profondamente reali, così attentamente entomologiche da sublimare in qualcosa di impalpabile, di etereo, di fantasmatico.

Ce lo dice anche il modo in cui si chiude il film, le immagini che mostra, le assenze che ostenta: Il cratere non è allora un film realista, un film verista, un cinema del reale. È un film di fantasmi, popolato di spettri fisici e mentali, quasi gotico in certe sue scelte: quella canzone come canto delle sirene, quei pupazzi, quegli occhi di vetro in una scatola, quell’assenza di vita inquietante e metaforica, quella scelta quasi horror, quasi Psycho, della telecamera nascosta e tanto più inutile.
Proprio per questo, proprio per la sua capacità di essere fantastico e spettrale a partire da una realtà desolata e inquietante quanto un oscuro maniero, Il cratere riafferma, paradossalmente, la sua capacità di essere un film del e nel presente: perché è proprio il reale a essere popolato di fantasmi e spettri, di ossessioni, orrori e errori, a essere un pozzo oscuro senza fondo, abissale nel quale rispecchiarci. Un cratere, appunto.
Molto più di quanto il cinema realista ottusamente materialista e privo di fantasia e talento voglia farci credere.

Il cratere
Il trailer del film - HD
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