Il bene mio: recensione del film diretto da Pippo Mezzapesa con Sergio Rubini visto a Venezia 2018

05 settembre 2018
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Un borgo del sud abbandonato dopo un terremoto in cui un solo abitante non vuole andarsene.

Il bene mio: recensione del film diretto da Pippo Mezzapesa con Sergio Rubini visto a Venezia 2018

Il cinema di Pippo Mezzapesa è legato al territorio, come i prodotti a chilometro zero della sua Puglia. Nell’alternanza fra documentario e finzione, i cui confini spesso si confondono, questa volta racconta ne Il bene mio, visto al Festival di Venezia 2018, una vicenda esemplare di resistenza, un ostinato legame con il proprio piccolo borgo, pieno di ricordi e tracce di una vita intera lì trascorsa, danneggiato seriamente in seguito a un terremoto. Parenti, amici, istituzioni, cercano di convincere il protagonista con la buona a raggiungere i suoi compaesani a Provvidenza Nuova. Elia però, nomi ovviamente non casuali, non ha nessuna intenzione di abbandonare il luogo in cui la moglie è morta e lui è stato felice. Custode della memoria, mentre gli altri hanno scelto di dimenticare, si aggira fra fantasmi, presunti e reali, fino a che si trova realmente una donna con cui condividere Provvidenza, un’immigrata clandestina intepretata da Sonya Mellah.

Mezzapesa chiaramente vuole sottolineare come la storia, e la sua versione privata, la memoria, vadano conservate ben vive sotto forma di insegnamenti per il presente, continuando a porre il suo sguardo sui marginali, mettendone in comune due individualità all’apparenza ben diverse, incapaci di comunicare anche linguisticamente, eppure nella loro purezza molto simili.

Assolato e metaforico paesello, Provvidenza ci ricorda anche le fragilità che segnano il nostro territorio, la necessità di un impegno quotidiano per conservarlo e trasmetterlo a chi viene da fuori o al mondo. Elia è interpretato con la consueta precisione stralunata da Sergio Rubini, fiero di quella che il sindaco e gli altri leggono come ostinata cocciutaggine, ma che per lui non è altro che bisogno di rimanere, incapacità di capire il perché non dovrebbe farlo.

Nell’era dell’obsolescenza programmata e delle new town, Il bene mio è anche un inno nostalgico e sincero alla durata degli oggetti, delle case e con esse dei ricordi. Elia e Noor ci ricordano come la vita va avanti, le cose si aggiustano, ma buttare e via e dimenticarle è l’atto più vile che si possa compiere verso chi se n’è andato.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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