I giganti: la recensione del film di Bonifacio Angius

18 ottobre 2021
3.5 di 5
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Una casa isolata, dei vecchi amici che si ritrovano, nel cuore della Sardegna. I giganti sono i malinconici cavalieri disarcionati dalla vita protagonisti del film di Bonifacio Angius. La recensione di Mauro Donzelli.

I giganti: la recensione del film di Bonifacio Angius

Siamo come nani, seduti sulle spalle dei giganti per vedere più lontano, fino a scordere un futuro. I giganti sono creature con un passato gravoso, spettri segnati dalla nostalgia e il rimpianto nel nuovo film di Bonifacio Angius. Ma il loro è un ruolo irrinunciabile, ci permettono con il loro sacrificio di perseverare e concederci anche un momento di serenità. 

Sono marginali, gli amici che si ritrovano in una casa su due piani in mezzo al niente, nell’entroterra. Se per Boccaccio era stata la terribile epidemia di peste del Trecento in Europa a portarlo a rinchiudere un gruppo di giovani per “raccontare” il Decameron, per alleviare la sofferenza e la desolazione della Firenze dell’epoca, qui c'è la pandemia, una piaga onnipresente, un velo cupo di aria malsana, sempre presente anche se mai direttamente evocata.

Un ritrovo di fragilità che diventa una montagna russa emotiva, fra ricordi, racconti, risate, litigate. Il film è un carosello di generi della commedia umana di chi si ferma un attimo prima di varcare la porta d’uscita dalla vita, con una rabbia non sopita che li pervade, che non sempre riescono a tenere a bada. Il tempo rimane fuori, all’interno tutto è sospeso e ormai rimpianto. I giganti invidiano la giovinezza dei nani, anche perché la loro esperienza che potrebbe permettergli di guardare più lontano sembra solo funzionare all’indietro. Invece che spingerli oltre con lo sguardo, finiscono per insistere nel voltarsi verso un passato sempre più remoto. Alimentando in questo modo la loro sofferenza.

C’è molto sentimento e poca ragione, fra le anime dannate del film di Angius, che realizza con I giganti il suo miglior film, torrenziale e inafferrabile, privo di un equilibrio normalizzatore che i suoi protagonisti ormai non inseguono neanche più. È tutto fuori asse, all’interno di quella casa, i pianeti non si allineano più e proprio come un orologio rotto che segna l’ora giusta almeno una volta al giorno, cercano di godersi una buona (ultima) volta quella illusoria serenità che potrebbe perfino rappresentare un idillio. Difficile non identificarsi in un questa masnada variamente assortita di disgraziati con un cuore grande così. Sono amici, fratelli e nemici che alzano la voce, il gomito e una pista di coca, ma fanno parte della nostra vita, addirittura siamo noi visti allo specchio.

La casa viene in soccorso al regista nel suggerire una stratificazione di vissuti. Pareti ingiallite, mobili provenienti da mondi ed epoche diverse. I giganti è anche un film di volti, mappa epidermica di mille fallimenti illuminata da occhi ancora vivaci. C’è Bonifacio Angius stesso, che si mette in gioco in prima persona come attore; unica vicenda, la sua, che ci porta a materializzare il peso del passato con alcuni flashback che suggeriscono la sofferenza di un duplice amore in gioco, quello per una donna e per un figlio. Ci sono poi Stefano Deffenu, il nostro preferito, oltre a Riccardo Bombagi, Michele e Stefano Manca.

L’umorismo è caustico, le risate enfisemiche, sguaiate o pervase da un’ironia quasi autoderisoria, e come tale liberatoria. Una cometa di autolesionisti in pausa, personaggi presi a pugni dalla vita, fra errori, remissioni, scelte sbagliate o subite. Eppure sono ancora lì, insieme. I giganti, evasi dalle pagine di Bukowski e dall'immaginario di Cassavetes, si insinuano nella nostra memoria, rigorosi militanti di una vita esposta in prima linea, senza “andare a letto presto”. Compagni di viaggio che suscitano interrogativi e ci fanno incazzare, ma di certo non ci lasciano indifferenti. 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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