Hunt for the Wilderpeople - recensione dell'anomalo buddy movie di Taika Waititi

19 ottobre 2016
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Dal regista di Thor: Ragnarok, inspiegabilmente ignorato dalla distribuzione italiana, in concorso ad Alice nella città lo spassoso, commovente e bizzarro "on the run" con Sam Neill.

Hunt for the Wilderpeople - recensione dell'anomalo buddy movie di Taika Waititi

In concorso nella sezione Alice nella città, Hunt for the Wilderpeople ha avuto nel nostro paese, al momento, la sorte delle precedenti opere di Taika Waititi: non pervenuto. Probabilmente questa cecità terminerà quando Thor: Ragnarok uscirà nelle sale e tutti si chiederanno chi sia questo Carneade, anche se i più attenti ne avranno già recuperato l’opera omnia. Quello che è certo è che il regista neozelandese ha il senso dell’umorismo e la capacità immaginifica di Peter Jackson a inizio carriera. Questo suo quarto film, da qualcuno paragonato a un Up in live action diretto da un Wes Anderson in vena di sporcarsi le mani, ne conferma la vena folle e la grande intelligenza narrativa, l’incontenibile allegria e la capacità di arrivare al cuore dello spettatore. Dopo il suo spassoso mockumentary What We Do In The Shadows, sulla vita quotidiana di un gruppo di coinquilini vampiri, Waititi ha realizzato questo anomalo buddy movie sulla scorta di un libro popolarissimo in Nuova Zelanda, "Wild Pork And Watercress", scritto dallo scomparso Barry Crump nel 1986.

È la storia di Ricky, un orfano cicciottello e terribile, che dopo aver combinato disastri in varie famiglie affidatarie, viene affidato da una terribile assistente sociale a una coppia anziana. Contro ogni previsione, in quella casa ai margini del bush, la piccola peste viene conquistata dall’affetto di “zia” Bella, mentre il burbero e silenzioso marito Hec lo ignora. Quando la donna all’improvviso muore, Ricky non vuole saperne di tornare nel circuito dell’affidamento e si dà alla macchia. Alla fine i due si ritrovano insieme in fuga dalla caccia all’uomo che si scatena alla loro scomparsa e uniscono le forze come i veri ribelli che sono, imparando a conoscersi e volersi bene.

Detta così, sembrerebbe una storia già vista e con l'inevitabile trionfo dei buoni sentimenti. Potrebbe anche esserlo, se a dirigerla non ci fosse Waititi, che ne trae un film politicamente scorretto, denso di situazioni demenziali e citazioni nerd tra omaggio e sberleffo (Rambo, Thelma e Louise, Il Signore degli anelli…). Il piccolo Ricky – lo straordinario Julian Dennison, un ragazzino lontano anni luce dai canoni della piccola star hollywoodiana - sembra un John Belushi in erba (dopo tutto anche lui odia i nazisti dell’Illinois, anche se neozelandesi) e Sam Neill ci regala un’interpretazione perfetta, la più divertita e divertente in cui l’abbiamo ammirato da tempo. Tra scambi irresistibili, equivoci assurdi, personaggi bizzarri, rozzi hillbillies e cinghiali giganti (con un cammeo del regista nei panni del prete che pronuncia la peggior eulogia di sempre), può scapparci anche una sincera lacrimuccia. Diavolo di un Waititi, così capace a mescolare l’alto e il basso: vuoi vedere che la Marvel ci ha visto proprio bene?



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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