Ghostbusters Legacy: la recensione di un revival molto personale

15 ottobre 2021
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Ghostbusters Legacy non ha solo il duro compito di far proseguire la saga originale, ma è anche incredibilmente un progetto molto personale affidato agli alti budget di una major. Non accade spesso. Ecco la nostra recensione.

Ghostbusters Legacy: la recensione di un revival molto personale

Una madre single (Carrie Coon) che non ha avuto un rapporto con un padre latitante e defunto in circostanze misteriose. I suoi due figli adolescenti Phoebe (Mckenna Grace) e Trevor (Finn Wolfhard), asociale scienziata in erba lei, sfigato teenager medio lui. Un'ereditata casa fatiscente nella provincia rurale americana. Elementi che, all'insaputa degli stessi personaggi, collegano i loro destini a quello degli storici Ghostbusters, trascinando un immaturo professor Grooberson (Paul Rudd) e un compagno di scuola ossessionato dai complotti, dall'eloquente nome di Podcast.

Ghostbusters Legacy: lo strano caso di un blockbuster privato

C'è una rassicurazione che la maggior parte dei fan di Ghostbusters vorrebbe prima di ogni altra cosa in una recensione: questo Ghostbusters Legacy è migliore del tentativo di reboot al femminile Ghostbusters del 2016? Di certo questo lungometraggio è più meditato, segue la continuity della saga e propone un'idea di "omaggio" più affine a quella che si aspetta uno spettatore affezionato allo storico Ghostbusters - Acchiappafantasmi (1984) e, bisognerà ammetterlo, all'assai meno storico Ghostbusters II (1989). Sulla questione del "migliore", dovendo scrivere una recensione, dobbiamo giocoforza essere più analitici. Vi chiediamo di avere pazienza e di seguirci nel ragionamento.
Difficilmente vedrete ancora a stretto giro uno strano oggetto come Ghostbusters Legacy. Nell'ambito di operazioni che una major come la Sony / Columbia costruisce su marchi remunerativi come un Ghostbusters, lo spazio per una firma autoriale e una riflessione personale è di solito assai limitato se non nullo. Non è questo il caso: regista e cosceneggiatore del film è infatti Jason Reitman, figlio dell'originale regista della saga Ivan Reitman. Jason ha respirato Ghostbusters sin da quando era bambino, ma ha costruito una carriera sul cinema indie americano del tutto diverso dai blockbuster (per chi scrive, Young Adult e Tully sono due gioielli): non arriva quindi a gestire un grande franchise come tanti suoi colleghi, promosso dalla Marvel di turno per sparire in una macchina più grande di lui. Sa di poterla guidare e sente la responsabilità di doverlo fare. Questa particolarità non può essere ignorata. Leggi anche Ghostbusters 2, il commento di Bill Murray: "Troppo slime e pochi acchiappafantasmi"

Ghostbusters Legacy: le molte anime degli anni Ottanta

Come un vero autore, Jason Reitman crea un parallelo affascinante tra il proprio percorso e quello dei personaggi nel film. Così come lui si confronta col cinema di suo padre, facendo incontrare il suo immaginario intimista con quello del babbo, così la famiglia di Ghostbusters Legacy si confronta con un passato da riscoprire (che è anche il nostro). Il film diventa quindi un terreno di prova unico e speciale per una cosa che ci viene propinata con molta meno consapevolezza da anni: il revival nostalgico degli anni Ottanta. Jason e il suo cosceneggiatore Gil Kenan ci riflettono invece molto, e si vede.
Così com'è accaduto nel reboot al femminile, anche qui non si sfugge al dover proporre nuovi protagonisti, ma Reitman sceglie un approccio meno diretto e meccanico: parte dal suo tipico racconto sulle famiglie che si sforzano di non essere disfunzionali, e si concentra su una protagonista femminile come ha sempre fatto (non crediamo proprio che glielo imponga la Hollywood attuale). La Phoebe interpretata con precisione e ironia da Mckenna Grace, una Spengler rediviva grazie a centrate battute distaccate, è alla testa di un cast di nuovi personaggi che ammiccano sotto traccia a quelli storici, ma l' "assegnazione" dei vecchi ruoli solletica l'intelligenza degli spettatori. È un gioco affettuoso che il regista condivide con noi, un percorso non sfacciato.
Reitman inoltre abbraccia gli anni Ottanta in senso più lato, perché al di là di Ghostbusters, è difficile non pensare anche a grandi avventure di giovanissimi di quel periodo, come I Goonies o Explorers. La presenza del Finn Wolfhard di Stranger Things acuisce forse non a caso la sensazione, e nei momenti migliori Ghostbusters Legacy funziona molto bene come cinema d'intrattimento per famiglie, al di là della sacralità nerdica dell'evento. Certo non abbraccia il grottesco come il primo film, quello stile a metà strada tra l'horror e il comico che caratterizzò tanto gli anni Ottanta ed evaporò già da Ghostbusters II. Se non altro la fotografia poco luminosa e una CGI tenuta a bada, in favore di effetti fisici "analogici" sul set, recuperano un po' della necessaria asprezza.  Leggi anche Ghostbusters Legacy, Jason Reitman: "Un film per noi stessi e per i fan"

Ghostbusters Legacy: il bilancio della sfida di Jason Reitman

Le intenzioni ci sono, i risultati a intermittenza anche. Il miracolo non riesce. Il miracolo di convincerci che ci sia un vero futuro per questa saga purtroppo a nostro parere non riesce. Se infatti Reitman riesce a gestire bene la (difficilissima!) operazione quando gioca con i propri personaggi, che incarnano il suo percorso creativo, a mano a mano che il film prosegue si sente in dovere di inchinarsi al prototipo sempre di più, non soltanto mettendo in campo volti noti (non facciamo spoiler), ma proprio nella stessa struttura del racconto. A quel punto quel complesso delicato equilibrio traballa pericolosamente, e i nuovi personaggi ci sono sembrati compromessi dalla necessità di essere "benedetti dal passato" in modo via via sempre più esplicito. Troppo. Certo, è un Comma 22: se fai un sequel così e ignori il passato, te lo rinfacciano. Non appena però lo tiri in ballo, le nuove proposte sembrano sempre peggiori accostate al ricordo delle precedenti. Ci fa rabbia solo che Jason Reitman con tutte le migliori intenzioni fosse andato così vicino a sconfiggere quel Comma 22, quel pericoloso "effetto cosplay", e alla fine ne sia rimasto ugualmente succube.  
Ciò detto, tra il suo entusiasmo e i suoi momenti più faticosi, tra la sua atmosfera centrata e qualche battuta a vuoto, Ghostbusters Legacy rimane un caso rarissimo di omaggio personale, finanche privato, assai sincero e scopertamente commosso, con un finale su cui ci sarebbe da discutere sul piano artistico, ma che ha un merito innegabile: ti lascia con la sensazione che le emozioni non siano quelle dei personaggi, ma proprio delle persone reali dietro a quelle maschere. Ricordandoci che il confine tra arte e vita è, nei casi più sentiti, molto labile. Solo per questo, liquidare Ghostbusters Legacy è impossibile. 



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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