Fortuna: la recensione

19 ottobre 2020
4 di 5

Nicolangelo Gelormini, già assistente di Paolo Sorrentino, firma un'opera prima ambiziosa e metafisica, che racconta una storia vera e terribile staccandosi dalla tradizione del realismo e scegliendo astrazione e fantasia come chiavi del suo cinema. La recensione di Federico Gironi.

Fortuna: la recensione

Nancy crede di chiamarsi Fortuna, o forse è vero il contrario.
Nancy, che è una bambina, e che vive in un enorme palazzone di periferia che pare un acquario, o stare dentro un acquario, va da una psicologa perché ha smesso di parlare. La psicologa è distratta e brusca, la mamma dolce e gentile. O forse è vero il contrario.
La realtà di Fortuna è astratta e mutevole, ma il cardine attorno al quale tutto gira e si confonde rimane lo stesso: l’infanzia, e la sua morte, letterale e figurata.

Il film d’esordio di Nicolangelo Gelormini parte con una scena di (quasi) comica e surreale drammaticità, e nella sua fase iniziale sembra voler raccontare - come tanti negli ultimi tempi - di un’infanzia abbandonata, lasciata andare alla deriva delle sue fantasie (in questo caso, di pianeti lontani e alieni che arriveranno a prendere la loro principessa finita per sbaglio in quell’angolo di Terra), indifferente se non invisibile agli occhi degli adulti. Un’infanzia che ridipinge di bellezza, sognando a occhi aperti, le brutture del mondo.
Poi però il film gira attorno al suo cardine, che è cardine di morte, e le cose cambiano, pur rimanendo uguali. Il mondo torna a essere brutto, Nancy torna a essere Fortuna, e la storia non è più quella di un’infanzia solo abbandonata ma anche violata, e nel peggiore dei modi possibili.

Esattamente come la sua giovane protagonista tenta di rimodellare il mondo con gli strumenti del sogno e della fantasia, Nicolangelo Gelormini parte da un’agghiacciante storia di cronaca e la racconta al cinema (col cinema) nella maniera in cui in Italia non si fa mai o quasi, e cioè abbandonando ogni pretesa di realismo per abbracciare senza indugi e più di qualche spericolatezza l’astrazione metafisica, il surrealismo grottesco, suggestioni che vanno da Paolo Sorrentino (di cui il regista è stato a lungo assistente) a David Lynch, passando per i tableaux vivants di Roy Andersson e il suo iperrealismo fotografico, ma senza mai perdere la sua personale originalità.
Da surreale e stralunato, Fortuna diventa progressivamente, e sottilmente, sempre più inquietante, sempre più perturbante nel suo più puro significato psicanalitico, e con la stessa progressione fa emergere l’animo oscuro e perverso dei personaggi che racconta, capaci di trasformarsi da grotteschi a orrorifici, da astratti a concreti, mostrandone - letteralmente - il volto mostruoso fino a quel momento nascosto o camuffato. Giganti senza volto che si tramutano in mostri quotidiani, mentre i simbolismi apparentemente misteriosi formano via via un disegno chiaro e perverso e terrificante.

Anche quando il suo film volta pagina, e quando si avvia a mostrare tutte le sue carte, Gelormini non abbandona mai uno stile di regia e di racconto che, per quanto preciso e puntuale, rimane puntato verso l’astrazione, la rielaborazione onirica, facendo galleggiare personaggi e spettatori in un mondo dalla densità liquida più che aerea, e dando vita a una realtà immersiva la cui esplorazione non cessa di rivelare sorprese e nuovi punti di vista sullo stesso fatto, o lo stesso oggetto.
Dall’esperienza più che vagamente allucinata e ipnotica di Fortuna, Gelormini estrae lo spettatore nell’unico modo possibile: con uno stacco netto, e un brusco ritorno alla realtà vera, e col testo che spiega - mette in prosa, se vogliamo - quello che avevamo già vissuto e capito nel corso del viaggio compiuto durante il film.
Un viaggio nel corso del quale ci siamo confrontati con qualcosa di terribile, e capace di entrare sottopelle grazie agli strumenti del cinema, e non solo a quelli della cronaca.

Fortuna
Clip Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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