Finché c'è prosecco c'è speranza Recensione

Titolo originale: Finché c'è prosecco c'è speranza

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Finché c'è prosecco c'è speranza: la recensione del giallo trevigiano con Giuseppe Battiston

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Finché c'è prosecco c'è speranza: la recensione del giallo trevigiano con Giuseppe Battiston

Nella prima scena di Finché prosecco c'è speranza, il personaggio di Rade Serbedzija, il burbero conte che produce vino con metodi rigorosamente naturali e che dopo pochi minuti morirà suicida, spiega col calice in mano che solo da grande ha capito il senso della frase che gli diceva sempre il nonno: "Quando un giorno questa terra sarà tua, ricordati che anche tu sarai suo".
Lo mette in chiaro da subito, Antonio Padovan, il suo esordio è prima di tutto un film sulla sua terra, sul terroir dal quale proviene, lui che poi si è trapiantato a New York, e che dall'America ha riportato con sé solo qualche suggestione estetica.

Mentre seguiamo l'ispettore Stucky nelle indagini su questo misterioso suicidio, e su alcuni assassinii che fanno seguito, e che sembrano essere tutti collegati, ci perdiamo tra le colline del prosecco, ammirandone i profili e i filari delle viti, le grandi ville del passato, i borghi che le costellano, perfino il centro di Treviso, con quella casa bellissima che lo Stucky di Battiston divide con uno zio persiano (Babak Karimi) in Vicolo Dotti.
E sì, quel territorio è bellissimo, e quel cementificio che lo minaccia una vergogna, e recuperare il rapporto con la terra rispettandola, sono il simbolo di una esigenza di sostenibilità che, però, Finché c'è prosecco c'è speranza suggerisce di applicare anche alle esistenze delle persone.

Tra le campagne e i paesini, con quelle atmosfere da placido e sottile giallo inglese a cui Padovan si è rifatto, Stucky si muove con una soave mollezza un po' goffa che non è solo figlia dell'insicurezza, di un'umanità che troppo spesso al cinema viene negata, ma anche di quella volontà di fare ma non strafare che sembra comune, in qualche modo, a tutti i personaggi del film.
Sostenibilità insomma non è solo rispetto per l'ambiente, non è solo fare il vino in un certo modo, non è solo non inquinare, ma è anche un modo di vivere la vita, di affrontare le cose e i problemi che ci si parano di fronte, o che abbiamo sulle spalle.
Sostenibiltà, allora, per citare ancora il monologo iniziale, è lasciare qualcosa di incolto, di non fatto, "per non esagerare, per chiedere alle cose un po' meno di quello che ti possono dare." Alle cose, sì, e magari anche alle persone, a noi stessi. Non per pigrizia, o negligenza, ma per non esaurirsi: per non correre quando non c'è alcun reale motivo di farlo

Alle cose, alle persone, e forse anche al cinema, visto che Finché c'è prosecco c'è speranza (che non ha preso un soldo dai produttori di vino, e che non cede alla facile tentazione di cavalcare l'onda dell'enogastronomia imperante, tanto che Stucky è uno che di vino non capisce nulla), sembra muoversi con intelligenza all'interno di una cultura slow, qui applicata alle immagini e al racconto, che permette di assaporare al meglio i gesti, gli intrecci (anche quelli sentimentali, appena accennati, tra Battiston e Liz Solari), gli attori, e quei bellissimi paesaggi.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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